Tunisi

 

 

(Il Mulino)

 

Tunisia: prove di democrazia locale. Davanti ai risultati del primo voto municipale in Tunisia, sette anni dopo la Rivoluzione, la domanda – ricorrente per questo inedito esperimento di transizione democratica – è: “Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?”. “Vuoto per due terzi” rispondono i pessimisti alludendo all’alto tasso di astensioni, pari a circa il 66% dell’elettorato. Ma Rashid Ghannushi, presidente del partito islamico Ennahdha, noto per i suoi toni misurati, stavolta si è spazientito e in un’intervista alla radio se l’è presa con i commentatori che insistevano sulle astensioni alle elezioni del 6 maggio. Dicendo più o meno che quelli che contano sono quel terzo di elettori (1 800 000 pari al 33,7%) che sono andati alle urne. “Non è giusto rovinare la loro festa” ha aggiunto.
 
Non la pensa così solo Ennahdha che si piazza al primo posto con il 30% dei voti distaccando nettamente il partner di governo Nidha Tounès al secondo posto con il 23%. La pensano così anche coloro i cui umori antipartitici, diffusissimi, invece di tradursi in astensione si sono incanalati nella formazione e nel sostegno di liste indipendenti le quali, con il 33% dei voti raccolti, sono una delle novità di queste elezioni. E se non si può condividere la conclusione di diversi commentatori secondo cui le liste indipendenti configurerebbero una “terza forza” in grado di surclassare il vecchio duopolio Nahdha-Nidha – si tratta infatti di un insieme eterogeneo in cui a liste nate dal basso, con sensibilità diverse, si affiancano liste pilotate dai partiti e liste ricostituite attraverso le reti del disciolto partito Rcd di Ben Ali – tuttavia il loro successo aiuta i tunisini a capire la reale natura della “democrazia di prossimità”, di cui finora non hanno avuto alcuna esperienza. Lo stato tunisino è stato sempre centralistico e i principi del decentramento politico introdotti nella Costituzione del 2014 hanno trovato attuazione giuridica solo a pochi giorni dal voto quando, a seguito di un intenso pressing parlamentare e di negoziati frenetici tra forze parlamentari con posizioni divergenti, il parlamento è riuscito a varare il Codice delle collettività territoriali, cioè la legge di attuazione dei principi costituzionali che determina i poteri dei comuni. Vale a dire che la brevissima campagna elettorale – durata appena tre settimane tra media tiepidi e opinione pubblica scettica - si è svolta senza che si sapesse di quali poteri gli eletti avrebbero effettivamente disposto.
 
 
Eppure nel 2011 vi era un reale interesse per la partita del governo locale. Nel corso delle manifestazioni urbane che hanno portato alla caduta di Ben Ali, e nei mesi successivi in cui le forze dell’ordine erano pressoché scomparse, si erano consolidate inedite solidarietà di vicinato nei comitati spontanei sorti a protezione tanto dei quartieri quanto della rivoluzione. Al contempo, le vecchie delegazioni municipali, longa manus del governo centrale e controllate dal partito unico Rcd, erano state sciolte e sostituite da “delegazioni speciali”, in cui un nuovo ceto politico affiancava o sostituiva la vecchia burocrazia. Poi le cose sono andate per le lunghe, l’effervescenza civica si è logorata, i governi impegnati nel consolidamento istituzionale dell’ancora fragile democrazia hanno continuato a rimandare – per ben quattro volte - il voto municipale. Tanto più che non mancavano le forze che remavano contro, anche, anzi soprattutto, all’interno della stessa coalizione di governo, tra i due principali partiti, Nidha Tounès e Ennahdha, e solo l’insistenza di quest’ultimo ha fatto si che le elezioni si svolgessero l’ultima domenica utile prima del ramadan.
 
Oggi però queste elezioni stanno compiendo un piccolo miracolo: quello di riaccendere la passione politica in una popolazione delusa nelle sue aspettative economiche e sociali, al punto da sottovalutare le sue conquiste in termini di libertà politiche e civili. Cittadini votanti e non incominciano a realizzare il contenuto di empowerment delle nuove istituzioni. La municipalizzazione dell’intero territorio (350 comuni) ha dato rappresentanza a zone rurali o semi-desertiche che non la avevano. Le nuove municipalità, ritagliate nei quartieri più densamente popolati, hanno valorizzato identità territoriali e rapporti di vicinato tra istituzioni e cittadini. Una legge elettorale innovativa ha catapultato sulla scena un nuovo ceto politico di donne e di giovani, grazie al rafforzamento della parità di genere (non solo all’interno delle liste ma anche tra i capilista) e alla quota giovani (tre sotto i 35 anni nelle prime posizioni e altri tre in lista) oltre ad incentivi per l’inserimento di portatori di handicap.
 
Last but not least queste elezioni sembrano aver definitivamente mandato in soffitta la contrapposizione laici/islamici che tanto aveva avvelenato il dibattito politico post-rivoluzionario. Non lo dimostra soltanto il fronte trasversale di donne che si è compattato a difesa del diritto di Souad Abdarrahim, capolista di Ennahdha nella municipalità di Tunisi, a diventare sindaco della città contro un fronte misogino altrettanto trasversale che lo contesta. Basta un’occhiata ai volantini elettorali che mostrano perlopiù una accanto all’altra foto di candidate velate e non, a prescindere dal colore politico della lista. Dopo gli aspri conflitti intorno al hijab prima e dopo la Rivoluzione, anche questo è un segnale importante.