Un’antologia per conoscere David Foster Wallace. Gazza ladra con la bandana

 

 

(Osservatore Romana)
Silvia Guidi
 
«Raramente David incontrava una parola con cui non si divertisse a giocare, spingendola ad attraversare cerchi di fuoco e a fare salti mortali (o salti vitali, come avrebbe detto lui)». Una delle parti più interessanti del David Foster Wallace Portatile curato da Bonnie Nadell, Karen Green e Michael Pietsch (Torino, Einaudi, 2017, pagine 793, euro 22) è la parte conclusiva del libro, introdotta dalla testimonianza di Sally Foster Wallace, la madre dello scrittore americano morto nove anni fa. Una sezione che — sotto a un titolo non particolarmente attraente come Materiale didattico— nasconde un tesoro poco esplorato di appunti, lezioni, consigli; un capitolo che ci permette di capire meglio il metodo di Foster Wallace insegnante di letteratura e scrittura creativa, e conoscere i primi passi della sua vocazione letteraria. Molto, molto precoci.
 
«A quattro anni — racconta Sally — gli piaceva il suono di precocious, atrocious, e ferocious, parole che usava spesso (anche se non ne distingueva ancora il significato). Rincasando da scuola ai tempi del liceo chiedeva sempre: “Niente sottili rivestimenti natali?” (aveva scoperto la parola amnio). Smaniava di imparare tutto il possibile sulla lingua e sul suo funzionamento, come smaniava di condividere con i suoi studenti, nel modo più appetibile, quello che imparava, sapeva, viveva e amava». 
 
La testimonianza della madre è particolarmente commovente — in un volume che raccoglie i Greatest Hits affiancando saggi, racconti e stralci di romanzi — non solo perché racconta con dolcezza e allegria, senza traccia di sentimentalismo, aneddoti che solo un familiare può conoscere, ma soprattutto perché anche Sally Foster Wallace è un’insegnante di inglese, e per questo può parlare del figlio come di un collega che ha stimato profondamente. Un collega ancora più serio e rigoroso di lei nel far lavorare i suoi studenti nel modo più accurato e proficuo possibile. 
 
«David — continua Sally — era sempre incuriosito da come gli altri insegnanti praticavano il loro mestiere, e da quella gazza ladra intrigante, riconoscente e provvista di bandana che era, rubacchiava idee luccicanti dove poteva. Siccome assegnavamo tutti e due tantissimi esercizi di scrittura, ci prendevamo gusto a bofonchiare di composizione e scomposizione, di valutazione e svalutazione. Il mio mantra in classe era sempre che i bravi scrittori ambiscono alla chiarezza, alla cortesia e alla concisione, e sottolineo cortesia perché è pura e semplice maleducazione aspettarsi che un lettore si sciroppi costruzioni nebulose a getto continuo per riuscire a decifrare cosa intende dire lo scrittore». 
 
Dietro lo spericolato sperimentatore di forme letterarie al limite del delirio barocco, maestro in contaminazioni linguistiche che fondono tecnicismi, lessico “alto”, espressioni gergali, flussi di coscienza, c’è un professore che invita chi partecipa ai suoi corsi a non prendere il lavoro alla leggera. E a non nascondersi dietro un passivo, comodo conformismo. «In classe — si legge in uno dei regolamenti che accompagnavano sempre i suoi programmi — siete caldamente esortati a dissentire da quello che dicono gli altri e io stesso, e io stesso potrei unirmi a voi purché si mantenga sempre un rispetto assoluto l’uno nei confronti degli altri, senza mai mostrare disprezzo, maleducazione o violenza. Statisticamente, ho assegnato i voti più alti a quegli studenti le cui letture, interpretazioni e opinioni sulla letteratura erano diverse dalle mie, a patto che detti studenti riuscissero a discuterne in modo interessante e a sostenere in modo plausibile le loro tesi. In altre parole il corso Inglese 102 non è un corso “Scopriamo-che-cosa-ne-pensa-il-prof-e-ripetiamoglielo-pari-pari”. Qui non si fa matematica e neppure fisica: non ci sono risposte giuste o sbagliate (anche se ci sono altre categorie per le risposte, quali interessante / sciocco, proficuo / sterile, plausibile / inammissibile)». Massimo impegno, massimo risultato; anche da parte dell’insegnante. 
 
Sua madre leggeva sempre le prove di ogni studente tre volte prima di decidere il voto, «David, che aveva adottato lo stesso sistema, leggeva anche lui i compiti di ogni studente tre volte, solo che ogni volta scriveva i commenti a margine usando penne di colori diversi per differenziarli. Questa pratica erculea in termini di tempo e fatica mandava gli studenti in visibilio e avvalorava i loro sforzi». 
Una severità che non mancava di autoironia. «Spesso — continua la professoressa Foster Wallace — mi chiamava con qualche domanda, a volte mentre era al lavoro, se aveva strigliato uno studente per uno svarione grammaticale ma non sapeva spiegargli con esattezza che cosa lo rendesse uno svarione. Io e suo padre sentivamo gli studenti ridacchiare in sottofondo». I suoi programmi e il materiale didattico offrono uno spaccato su un insegnante attento, simpatico e generoso che non aveva mai smesso di essere uno studente. «Era il tipo di insegnante — conclude Sally — che probabilmente si sentiva un po’ in colpa ad accettare uno stipendio per fare una cosa che gli piaceva così tanto».
 
(2 Novembre 2017)