Un regista cristiano

 

 

(Osservatore Romano)

 

Con Ermanno Olmi — nato il 24 luglio del 1931 a Bergamo e morto ad Asiago lo scorso 5 maggio — se ne va non soltanto uno dei migliori registi italiani, ma uno dei più rigorosi cineasti in assoluto. Difficile trovare, nell’intera storia del cinema, un’opera più insofferente alle mode, più coerente, più lontana da qualsiasi concetto di spettacolo, più fedele alla visione del mondo del proprio autore.
 
Iniziò la sua carriera come documentarista sulle condizioni dei lavoratori, e ancora da intenti documentari partiva quello che poi è diventato il suo primo lavoro a soggetto, Il tempo si è fermato (1958), storia di un’improbabile amicizia fra uno studente universitario e il guardiano di una diga nei pressi delle Alpi. Un titolo emblematico per un tipo di ambientazione per molti versi estrema, fuori dal mondo e dalla storia perché dimenticata dall’uomo moderno. Concetti su cui l’antimodernista Olmi non mancherà di tornare, per esempio con I recuperanti (1969), girato per la televisione. Sulla scorta del suo background da documentarista, si interroga sul senso del lavoro, in particolare del lavoro ormai invisibile, svolto in luoghi che la grande città accentratrice sta sempre più emarginando. Ne sottolinea la nobiltà del gesto in sé, e questo promana dal suo essere progressista, ma ne denuncia anche, più sottilmente, l’assurdità e i lati persino surreali, laddove è svuotato da finalità umanistiche, e in questo si riconosce il suo essere cattolico. Così come cattolica è la dicotomia, che anima quasi tutti i suoi personaggi, fra l’accettazione di ciò che Dio vuole, e l’insofferenza per lo status quo imposto dall’uomo. La voglia insomma di voler cambiare le cose pur nel rispetto di un ordine superiore. 
 
Concetti che esprimerà con grande equilibrio formale nel suo capolavoro, L’albero degli zoccoli (1978), Palma d’oro al festival di Cannes. Sinfonia pastorale che è tanto un omaggio a un mondo contadino scomparso, quanto, ben più concretamente, e molto meno romanticamente, un soffuso ma dolente canto sulle difficoltà che deve affrontare chi cerca un riscatto sociale. Complice anche un più esplicito recupero della lezione neorealista — evidente in un montaggio che lascia fluire la vita vera, ma la incanala in una dimensione sottilmente narrativa — si può parlare di un nuovo La terra trema. Più pessimista ma anche più spirituale.
 
Ma molto vicino al capolavoro Olmi c’era già arrivato con la sua opera seconda. È una Milano caotica nelle strade e distante nei suoi templi del progresso, quella che riceve i giovani provinciali in cerca di lavoro ne Il posto (1961). E la parabola del protagonista ci appare oggi quella di un Fantozzi in anticipo e appena più drammatico (viene da qui, non a caso, anche l’uso del congiuntivo sbagliato che riprenderà Paolo Villaggio), o, se si preferisce, un aggiornamento de La folla (1928) di King Vidor. Il posto di lavoro come inevitabile obbedienza a un sistema conformista. L’impiego come microscopico ingranaggio di un meccanismo disumanizzante.
Fra queste due vette, il regista e sceneggiatore ha firmato una serie di film forse ancora più personali ma anche più introversi, involuti, sospesi con il rischio di apparire irrisolti, eppure ammirevoli ancora una volta per il rigore morale di una rappresentazione scevra da qualsiasi tentazione di uno stile fine a se stesso, anche se qua e là si intravedono le influenze della nouvelle vague. Così come si può ritrovare un po’ di Rohmer, a livello tematico, nella tensione che si crea fra scelte morali e scherzi del destino in Un certo giorno (1969) e La circostanza (1974). Prima però c’erano stati I fidanzati (1963), altra storia di un difficile inserimento nella società, ed E venne un uomo (1965), affettuoso ma un po’ confuso ritratto di papa Giovanni xxiii. Così come non del tutto riuscito sarà da considerarsi Camminacammina (1982), rivisitazione della storia dei magi. Su argomenti religiosi, pur con meno aspirazioni artistiche, farà meglio con il film tv prodotto dalla Lux Vide Genesi: la creazione e il diluvio (1994).
 
Con Lunga vita alla signora! (1987) realizza un apologo sulla stagnazione dei rapporti sociali e, di nuovo, sulle disillusioni delle aspirazioni giovanili. Confermando sempre di più un’espressività orgogliosamente anacronistica e quanto mai lontana dai mezzi delle grandi produzioni.
Dopo due trasposizioni da opere letterarie, La leggenda del santo bevitore (1988) da Joseph Roth, Leone d’oro al festival di Venezia (un altro arriverà, alla carriera, nel 2008), e Il segreto del bosco vecchio (1993) da Dino Buzzati, torna a ottimi livelli e a opere più sentite in anni più recenti, con gli affreschi storici de Il mestiere delle armi (2001) e Cantando dietro i paraventi (2003), e con la parabola dalle suggestioni cristologiche Centochiodi (2007).
 
Continuerà a dirigere anche oltre la soglia degli ottant’anni. Con Il villaggio di cartone (2011) e Torneranno i prati (2014). Nel primo cerca di conciliare, sin troppo esplicitamente, le sue due coordinate di progressista e cattolico. Nel secondo esprimerà il suo antimilitarismo con una rappresentazione quasi da teatro filmato.