Una politica che allontana le fedi

 
Alberto Ventura – Prof. Ordinario Storia dei Paesi Islamici – Dip. Lingue e Scienze dell’Educazione
 
A Gerusalemme, in poche centinaia di metri, si concentrano alcune delle memorie più care alle tre religioni monoteiste: il Muro del Pianto, ultimo resto del Tempio giudaico distrutto dai romani; la basilica del Santo Sepolcro, eretta sopra la tomba in cui venne deposto Gesù dopo la crocifissione; e infine la cosiddetta Spianata delle Moschee, dove i musulmani, dopo la conquista della città, costruirono un complesso sacro nei luoghi tradizionalmente legati alle vicende di Abramo e di Maometto.
 
Non c’è da stupirsi se i credenti delle differenti confessioni dimostrino una particolare sensibilità nei confronti di uno spazio così carico di significato simbolico, e la storia ci testimonia le alterne vicissitudini di quel luogo, oggetto talvolta di contese e dispute, divieti e prevaricazioni. Tuttavia, per secoli i momenti di tensione si sono alternati a più lunghi periodi di relativa tranquillità, durante i quali diverse soluzioni di compromesso hanno consentito una convivenza meno problematica tra i fedeli. Il fatto è che, nonostante un certo esclusivismo, nelle loro relazioni reciproche i rappresentanti delle tre fedi hanno spesso trovato dei terreni d’intesa sul piano squisitamente religioso. È stata piuttosto la situazione politica che di volta in volta ha potuto riaccendere gli animi, creare un senso di frustrazione, spingere alla rabbia e alla violenza.
 
I recenti fatti che hanno insanguinato la Spianata delle Moschee sono l’ennesima dimostrazione di quanto la ragion di stato possa talvolta inquinare il sentimento religioso. Nessuno si illude che ebraismo, cristianesimo e islam debbano unirisi in un abbraccio fraterno, ma si deve anche riconoscere che sono le pretese politiche a esacerbare gli animi fino al punto di elevare le differenze al livello dello scontro fisico. Anche dopo l’occupazione israeliana seguita alla guerra del 1967, un meccanismo piuttosto complesso di tutela dei luoghi santi ha a lungo garantito una gestione dello spazio sacro che, pur non eliminando ogni recriminazione, è risultata sostanzialmente accettabile per i fedeli e i pellegrini delle tre religioni. Gli accordi di Oslo (1993), che con la loro Road Map avevano poi alimentato la speranza in una pace duratura e in un riconoscimento reciproco fra Israeliani e Palestinesi, sono stati di fatto vanificati dalle dalle politiche intransigenti e dalle dimostrazioni di forza di governi o partiti. Così, la causa palestinese si è identificata per lo più con gli obbiettivi di Hamas, il “movimento della rivoluzione islamica”, che pretende di motivare la propria azione in base a un’artefatta ideologia religiosa, e d’altra parte i partiti saliti al governo in Israele hanno anch’essi rispolverato parole d’ordine religiose e atteggiamenti provocatori nei confronti dei musulmani (come nel settembre del 2000, con la famosa passeggiata dimostrativa sulla Spianata delle Moschee dell’allora del Primo Ministro israeliano Ariel Sharon).
 
In questo clima sono diventate sempre più frequenti le sommosse, e sempre più dure sono state le repressioni, in un crescendo di cui oggi stiamo vedendo l’ultimo frutto. Il luogo sacro che ha fatto da teatro alle violenze di questi giorni appare un mero pretesto, perché in questo caso, come in molti altri del passato lontano o recente, gli attori in gioco cercano di toccare volutamente i nervi scoperti del sentimento religioso per fini che di religioso hanno assai poco. Amos Luzatto, illuminato rappresentante dell’ebraismo italiano, agli inizi degli anni ’90 ebbe modo di osservare: “Il vero ostacolo da superare per l’avvicinamento e per il dialogo ebraico-islamico non è quello genericamente culturale, né quello più strettamente religioso, ma semmai quello politico, che riguarda il ben noto contenzioso medio-orientale”.
 
Un’idea, questa, che dovrebbe risultare a tutti evidente, ma negli ultimi decenni un’informazione frettolosa ha continuato ad agitare in noi timori di incompatibilità culturali e conflitti di civiltà, quando invece la soluzione dei problemi resta ancora tutta nelle mani delle azioni politiche: chi ancora teme le invasioni di campo della religione in ambiti che non le spettano dovrebbe piuttosto preoccuparsi del contrario, perché ormai è la religione ad essere caduta pienamente in ostaggio della politica.