Una storia critica del consumismo

 

 

 Cristian Martini Grimaldi
(Osservatore Romani - Edizione Settimanale)
 

Negli ultimi secoli l’acquisto e il flusso delle cose, in poche parole il consumo, sono diventati la caratteristica peculiare della nostra stessa civiltà. Vi sono stati però periodi storici in cui le persone hanno trovato il proprio senso di identità con modalità diverse, cioè svolgendo ruoli che, nelle diverse epoche, hanno assunto una posizione dominante in grado di definire una società e la sua cultura. Ad esempio nel medioevo la civiltà cortese dei cavalieri e dei servi della gleba, oppure nel xix secolo l’industrializzazione, che diede origine a una società divisa tra capitalisti e salariati. Oggi, anziché guerrieri o lavoratori siamo più che mai definiti dal nostro essere consumatori. Trentman, nel libro L’Impero delle cose, come siamo diventati consumatori (Torino, Einaudi, 2017, pagine xxxii-944, euro 40), racconta il progresso globale delle merci dal xv secolo sino alla recente rinascita dei mercati asiatici, ovvero la storia che sta dietro i nostri consumi.

Il libro inizia con un’immagine che va dritta al cuore della questione, cioè l’affermazione che un normale cittadino tedesco possiede nella sua casa qualcosa come diecimila oggetti, qualcosa di impensabile solo qualche generazione fa. Ma non è ovviamente solo una peculiarità tedesca. Un comico americano recentemente diceva che siamo indotti ad acquistare case sempre più spaziose non per maggiore comodità, ma per trovare posto per le cose che accumuliamo.

Tra i fattori che hanno consentito la nascita del consumo di massa c’è certamente l’aumento del reddito disponibile, in questo l’urbanizzazione è stata determinante. Se il villaggio poteva vantare una fucina e un fabbro, nelle città c’erano intere strade ricche di negozi e uffici di professionisti, mille occasioni di occupazione. Ed è con la scoperta delle Americhe che si è verificata un’espansione esponenziale nel commercio estero, che ha portato alla circolazione di prodotti destinati a un consumo quotidiano fino ad allora sconosciuti, come tè, cioccolato, zucchero e tabacco, per la prima volta nelle grandi città europee. E se all’inizio prodotti come il caffè erano consumati da una cerchia ristretta di persone, in pochissimo tempo arrivarono a raggiungere le grandi masse.

Altrettanto importanti nel processo che ha contribuito a renderci dei consumatori è stata la nascita dei luoghi privilegiati del consumo, cioè i grandi magazzini e supermercati, che hanno dominato la scena degli ultimi anni, diventando addirittura l’icona stessa della modernità. E poi il momento cruciale in cui nelle nostre abitazioni entrarono acqua corrente, gas, elettricità, che hanno modificato le nostre abitudini per sempre creandone delle nuove, come ad esempio l’acquisto di macchine per l’uso domestico: lavastoviglie, lavatrice, microonde. Il consumismo non ha sempre avuto vita facile. I governi nel passato hanno cercato più volte di mettergli freno, in quanto a lungo associato a un’idea di spreco. In Inghilterra, per esempio, Giacomo i ha provato a vietare il tabacco e Carlo ii voleva chiudere tutti i caffè. In tutta Europa le leggi suntuarie proibivano alle classi inferiori di acquistare vestiti costosi. Molti paesi vietarono addirittura le importazioni.

Tra il xvii e il xx il termine consumo subì una metamorfosi, passando dal significato negativo di deperimento e distruzione a un’accezione positiva. Gli analisti economici del xvii secolo presero a sostenere che l’acquisto di beni e servizi non solo soddisfaceva i desideri individuali, ma arricchiva le nazioni allargando il mercato per produttori e investitori.

I paladini del consumo ebbero successo soprattutto nell’America degli anni Settanta, liberisti di stampo classico che individuarono nella “libertà di scelta” il fondamento stesso della democrazia e della prosperità. I cittadini avrebbero dovuto avere il diritto di seguire le proprie preferenze e fare le proprie scelte senza che autorità alcuna potesse indicare loro ciò che poteva essere buono o cattivo. Essere liberi di scegliere era non a caso proprio il titolo di un bestseller scritto da Milton e Rose Friedman nel 1979.

Infatti proprio negli anni Settanta e Ottanta cominciò a emergere un clima favorevole ai consumi e di conseguenza al piacere in sé. Lo shopping non era più considerato un’attività frivola, ma poteva perfino svolgere una funzione di emancipazione per la donna, per esempio offrendo la possibilità di crearsi nuovo senso di identità e di presenza pubblica.

E non mancarono antropologi che presero a suggerire che gli acquisti erano in fondo esperienze sociali profondamente significative e non semplici atti di insensato accumulo. Le persone, in poche parole, esprimevano se stesse attraverso il possesso dei loro beni.

Trentmann, nonostante si dichiari all’inizio “super partes” nel dibattito, pretendendo di non avere un giudizio morale sulla questione, non riesce a nascondere il fatto che più siamo diventati consumatori più siamo diventati ansiosi. Così da concludere con una nota a dir poco cupa, cioè avvertendo il lettore che, se non si verificherà presto una rivoluzione di tipo culturale che ci liberi dalla nostra dipendenza dall’acquisto, consumo e poi eliminazione delle cose, rischieremo di sommergere l’intero pianeta di rifiuti.