USA: Colpo di stato e libertà di parola

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I colpi di stato non avvengono soltanto quando i militari rovesciano un governo. Negli USA i militari non sono mai stati golpisti e il termine “colpo di stato” nemmeno esiste in inglese (viene usato il francese coup d’etat). Il tendenziale colpo di stato attualmente in corso negli USA è condotto dai maggiori media, sostenuto da settori della magistratura, finanziato da figure note come George Soros e altre meno note nelle grandi banche già sostenitrici di Obama, reso onnipresente nella società dagli stereotipi liberal, globalisti, immigrazionisti, antiamericani. Il partito Democratico e lo “stato profondo” di Washington – a cui durante il secondo mandato Obama appartenevano i vertici della Giustizia, dell’FBI e della CIA, e a cui oggi aderiscono i leader Democratici e anche alcuni senatori e alcuni ambienti Repubblicani – vogliono rovesciare il risultato delle elezioni presidenziali e destituire Trump: in questo senso si può parlare di colpo di stato. Gli attacchi che Trump e il suo governo subiscono dai media non hanno precedenti. Il primo tema sul quale la reazione vuole impedire a Trump di governare e di portare cambiamenti è quello dell’immigrazione, che lo “stato profondo”, con motivazioni diverse, vuole senza freni. Ma anche su temi sui quali un accordo è possibile, come il rinnovo delle infrastrutture (argomento vicino ai Democratici da circa un secolo) o la nomina di figure qualificate per posizioni di governo, l’opposizione è totale. I successi del governo Trump, come la riforma fiscale e la riduzione della povertà grazie al rilancio economico, vengono ignorati e travisati. 
 
Con l’obiettivo di bloccare Trump, i golpisti hanno arruolato il procuratore speciale Mueller e la sua indagine su una mai avvenuta “collusione” di Trump con agenti russi; hanno arruolato il viceministro della Giustizia Rosenstein, benché questi sia stato costretto ad ammettere che Trump non è “sospettato” di alcun illecito nell’indagine “russa”; e arruolano donne disposte a riferire di intercorsi sessuali con il presidente. Ciò non sarebbe possibile senza l’appoggio dei maggiori quotidiani e delle reti TV (con la parziale eccezione di Fox News). I gruppi che controllano i grandi media hanno ottenuto che giornalisti e opinionisti, un tempo stimati e in qualche caso vicini ai Repubblicani, collaborino al progetto di controllo dell’opinione pubblica in funzione anti-Trump. Di già ai vertici delle reti TV vi erano decine di giornalisti che avevano relazioni, familiari o di altro genere, con l’amministrazione Obama. Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, per lo “stato profondo” l’urgenza è divenuta quella di fermare il cambio di rotta che i programmi del presidente prevedono e che la parte migliore della nazione americana chiede. Trump è un disturbo, da eliminare; e soltanto gli elettori possono ostacolare tale progetto.
 
Gli esempi della parzialità e anche disonestà dei media sono quotidiani. Nella sola New York (una metropoli di oltre 8 milioni di persone, divenuta con il sindaco De Blasio una città-santuario, che per offrire i servizi sociali ai nuovi immigrati non richiede uno status legale di immigrazione) due scadenti ma diffusi giornali, il New Yorker e il New York Magazine, entrambi di estrema sinistra, pubblicano aggressioni a Trump e ai suoi sostenitori, indicati come “razzisti” e fautori della “supremazia bianca”, ed hanno un pubblico che gradisce il messaggio; mentre il New York Times, che era uno dei maggiori quotidiani del mondo e per i progressisti è la verità rivelata, è divenuto un giornale sedizioso, con frequenti contributi di intellettuali lividi di rabbia nei confronti di Trump. La sinistra immigrazionista e globalista, permissiva su droga e aborto, molto amante del welfare, odia l’America, ne detesta le tradizioni e vuole sradicare e abbattere la nazione come secoli di storia, di tragedie e di valori condivisi l’hanno definita. In un recente libro dal titolo Killing the Deep State, lo studioso Jerome Corsi offre prove allarmanti delle attività per destituire Trump: senza incorrere, per quanto ne so, in querele o cause civili, l’autore indica i gruppi mediatici finanziati con milioni di dollari da George Soros, e in particolare segue una pista di denaro, avviata nel 2016 con 675 mila dollari da leader Democratici e a cui Obama e funzionari di vertice del suo governo (come l’ex direttore della CIA Brennan) non sarebbero estranei, per condizionare i media nella valutazione del governo Trump.
 
Obiettivo primario della guerra a Trump è di proseguire nella trasformazione in corso della società americana, qualunque sia il prezzo per la nazione e per i suoi equilibri demografici e culturali. Uno strumento per raggiungere l’obiettivo è imporre il silenzio a chi si oppone. Si può persino affermare che in America sia in corso un attacco alla libertà di espressione, che viene tollerata soltanto a senso unico. Gli agenti del pensiero unico sono i campioni dichiarati della “diversità”, fino al momento in cui si trovano di fronte a un’opinione diversa dalla loro. Vi sono stati casi di personaggi hollywoodiani che hanno deviato dalla linea degli attacchi a Trump, e un coro si è alzato per riportarli all’ovile. Come accade anche in Italia e altrove in Europa, la diffusione nei media e nella società di stereotipi e scarsa conoscenza storica è divenuta tale da suggerire l’esigenza di una controcultura popolare, che di nuovo consenta di circolare a valori o anche soltanto a opinioni tradizionali. 
 
Per l’estrema sinistra americana, la scelta di soffocare il libero discorso ha radici riconosciute. Già all’inizio degli anni Settanta del Novecento, con l’ausilio della guerra in Vietnam, le voci dei conservatori erano diffamate e isolate. Accadeva, e accade, anche in Europa: per esempio oggi in un paese come la Svezia, la cui società è destabilizzata dal malsano permissivismo in materia di immigrazione, con 600 mila immigrati dal Medio Oriente in tre anni in un paese di otto milioni di persone, con interi quartieri delle città maggiori (Stoccolma, Goteborg, Malmoe, Uppsala) che vivono di sussidi sociali e sono modelli di apartheid culturale, fuori controllo anche per la diffusione della criminalità, oggi in Svezia chi critica la politica immigratoria va incontro a multe e penalità (è accaduto a un professore dell’università di Uppsala). In Europa fanno eccezione paesi come la Polonia, dove è in corso una rara difesa dei valori nazionali e religiosi, o l’Ungheria, dove il governo di recente ha chiuso gli uffici e le attività di Soros, che è ungherese di nascita. Ma le decisioni autoritarie del governo ungherese non sono possibili in America, dove mani forti della finanza, anche di grandi banche di New York vicine al senatore Schumer e ai Democratici, e il mondo di Hollywood e dello spettacolo, sono le principali lobby che condizionano le scelte politiche. Quando gruppi come Media Matters e Color of Change, finanziati da Soros, attaccano giornalisti conservatori, i media non denunciano quanto accade. Quando quei gruppi si servono di nuovi affiliati, come il 17enne Hogg, divenuto celebre nel suo adoperarsi con appelli al boicottaggio di società che sponsorizzano i programmi di giornalisti conservatori, i media non denunciano quanto accade e, davanti alle pressioni, troppe società vacillano, cedono. È accaduto di recente (solo in parte, per il momento) con gli attacchi al programma su Fox News di Laura Ingraham, investita da accuse in malafede di essere “razzista”: accuse tanto più assurde verso una persona che ha adottato tre bambini, di cui uno del Guatemala.
 
A una tendenziale guerra civile nella società contribuisce l’agire sovversivo di giudici di livello locale. Da molto tempo in America l’industria delle vertenze legali condiziona la convivenza civile e appare fuori controllo. Con Trump alla Casa Bianca, abbiamo visto giudici bloccare le limitazioni agli ingressi negli USA da paesi mussulmani decise dal presidente, poi riconosciute del tutto legittime e costituzionali dalla Corte Suprema. Abbiamo visto un giudice di New York ostacolare il progetto di Trump di legalizzare la posizione dei giovani immigrati del programma DACA in cambio di concessioni, da parte del Congresso, per il controllo del confine sud. O un giudice in California ordinare il rilascio di 170 mila illegali fermati e detenuti da agenti federali, dunque deliberare, con il consenso dei politici Democratici del governo di Sacramento, che cittadini stranieri (in quel caso centroamericani) possono attraversare illegalmente il confine e circolare liberamente negli USA. Queste e molte altre azioni hanno pesanti riflessi sulla società USA, e sono l’equivalente, con una vernice di legalità, dell’ostruzionismo a cui il governo Trump va incontro in Congresso. Voci autorevoli in materia giuridica affermano che un giudice locale (District Court Judge) non può avere il potere di modificare gli equilibri demografici, culturali, economici della nazione. Di fatto, settori partigiani della magistratura sono divenuti una struttura avanzata della guerra a Trump. La politica dell’immigrazione, come quella della sicurezza, non dovrebbero essere alla portata decisionale di un giudice locale. Chi può limitare l’autorità dei tribunali distrettuali, cioè locali, è il Congresso, e lo può fare confermando il dettato costituzionale secondo cui le delibere di rilevanza nazionale riguardo a immigrazione e sicurezza debbono essere deferite alle Corti d’Appello o alla Corte Suprema. Sentenze parziali, destabilizzanti, o facinorose, come nei casi che ho citato, significano un’invadenza dei giudici distrettuali a cui il Congresso dovrebbe mettere fine con lo strumento legislativo.  
 
Un accorgimento primario nella guerra a Trump e al pensiero conservatore (i quali, in realtà, non coincidono tra di loro) è quello delle accuse di “razzismo” per chi non si adegua a stereotipi che ormai nelle università, sui media, nel mondo dello spettacolo, rendono la “whiteness”, cioè il fatto di essere bianchi, quasi una colpa. Se uno studente, o un giornalista, o un cittadino in molti posti di lavoro, critica le quote obbligatorie per i neri e altre minoranze nell’accesso al college o nelle assunzioni, essi vengono definiti “razzisti”. Se un americano afferma che rimuovere o vandalizzare le statue del generale confederato Robert Lee è un’azione indegna, egli è accusato di essere un nostalgico della schiavitù dei neri. Il termine “razzista” ha lo scopo di rendere impossibile la conversazione, e si rivela efficace. Chi si oppone al pensiero unico è un fanatico, un misogeno, un razzista. L’intolleranza di chi controlla la comunicazione e l’istruzione è totale. Affermare che un gruppo come Black Lives Matter è una banda estremista e violenta, significa subire minacce. Dire che le accuse di molestie sessuali da parte di gruppi come Me Too Movement sono divenute uno strumento di reddito, significa essere un sostenitore di quelle molestie. Chi afferma che l’aborto non fa parte dei “diritti civili” e non può essere uno strumento di controllo delle nascite, è un misogeno che vuole limitare i “diritti delle donne”. Se per Halloween uno studente si mette il sombrero, può darsi che stia denigrando i messicani. Chi crede che le armi servano per difendersi, o che per difendere le scuole siano necessarie le guardie armate, è co-responsabile degli omicidi di massa. “Suprematisti bianchi” sono tutti coloro che non lavorano per una sostituzione di popoli. Chi afferma che vi sono quartieri urbani di grandi città controllati da bande di neri, che vivono di sussidi e di spaccio di droga, è un “razzista”. Come accade in Europa, chi afferma che l’immigrazionismo è una politica organizzata per cambiare gli equilibri demografici della società sotto la bandiera dell’accoglienza, è un “razzista”. Chi afferma che le strade di San Francisco o di altre città californiane sono divenute latrine pubbliche a seguito della dissennata politica di accoglienza di immigrati, piccoli criminali e senza tetto da parte di quello che era il Golden State e che oggi è uno stato-santuario, è un allarmista, forse un “fascista”. 
 
L’effetto di tutto ciò sulla libera espressione, nei posti di lavoro e nell’intera società, è avvertibile. Chi va contro l’ortodossia liberal, viene calunniato. Durante la presidenza Obama l’ortodossia ha occupato la giustizia, l’istruzione, alcuni vertici delle nuove industrie, persino i vertici dell’intelligence e dell’FBI. Circa il 35% degli americani, i bianchi poveri e le regioni rurali, cioè gli elettori di Trump, possono temere che le loro opinioni siano offensive, e in molti casi si sono abituati a imporre l’autocensura a opinioni che 15 anni prima erano correnti: il non farlo, può causare la perdita di una promozione, o il boicottaggio commerciale, o la targa di “razzista”. Dire che ciò è allarmante è persino riduttivo. Il pensiero unico e le aggressioni della sinistra hanno funzionato. Finta indulgenza e reale intolleranza isolano le voci che dissentono e montano la guardia al dogma. Ciò fa parte del colpo di stato in atto. E nessuna soluzione è in vista. 
 
Donald Trump compie errori di comunicazione che dovrebbe evitare. Sono gli errori che nello sport vengono definiti “errori non forzati”. Però Trump vuole portare cambiamenti che sono necessari agli USA. Vuole correggere la rotta distruttiva su cui la società americana è avviata. Vuole ascoltare la voce dell’America dimenticata, cioè dell’America che paga per tutto, in pace come in guerra. Per avvicinarsi ai suoi obiettivi, Trump deve sottrarsi alla “palude” in cui i suoi nemici vorrebbero affondare la sua presidenza. Deve restare fedele ai suoi programmi e ai suoi elettori. Riguardo allo strisciante colpo di stato in atto, il cui obiettivo è destituire il presidente, non vi è sufficiente urgenza alla Casa Bianca. Gli USA sono un paese dove le cose possono andare fuori controllo rapidamente e in modo inatteso. Da ormai 18 mesi lo “stato profondo”, già legato a Obama, cerca di mettere Trump in stato di accusa (che è la traduzione italiana del termine impeach). Non serve un reato dimostrabile. L’annuncio è sufficiente. Se, con un supporto mediatico che va dai grandi giornali liberal alla Associated Press, dalla CNN agli anfitrioni delle maggiori reti TV, i Democratici prendono il controllo della Camera nelle elezioni del prossimo novembre, se ciò accade, Trump è bloccato: niente più muro sul confine sud, né correzione dei commerci con la Cina, né confronto con la California in quanto stato-santuario, né guerra alla droga e a chi la porta nel paese e la diffonde, né modifiche a un welfare da bancarotta. 
 
Chi è vicino a Trump, da John Kelly a Rudy Giuliani, da Stephen Miller agli avvocati di Trump, deve sapere che il colpo di stato è in corso e che potenti gruppi mediatici sono pronti a travisare ogni vicenda per denigrare Trump e la sua squadra. Lo vediamo da 18 mesi con l’ostruzionismo verso le persone nominate da Trump per incarichi importanti: di recente, per esempio, con gli attacchi all’ufficiale medico nominato per dirigere il dipartimento che gestisce la sanità e le tematiche dei veterani (una gestione colpevolmente trascurata negli anni obamiani, e che ha urgenza di interventi). Da un senatore Democratico (Tester) e dalla CNN l’ufficiale, cioè l’ammiraglio Jackson, è stato accusato di un episodio di ubriachezza e rissa, come se si trattasse di un fatto accertato; quando poi la Sorveglianza (Secret Service) ha messo in chiaro che l’episodio non è mai avvenuto, né la CNN né Tester hanno ritrattato. Chiunque sia associato a Trump viene attaccato e calunniato. Osservatori credibili suggeriscono al presidente di formare un’unità con avvocati esperti e portavoce eloquenti, per smontare in modo sistematico e disciplinato le controversie strumentali. Rudy Giuliani potrebbe essere in prima fila nel confrontare i media riguardo alle disoneste accuse legate a quel disastro etico, oltre che politico, che è stata l’inchiesta del procuratore speciale Mueller. L’opposizione non è inattaccabile. Ad essa può essere imputato uno dei maggiori scandali della recente storia americana: un’amministrazione in uscita, quella di Obama, e una Giustizia, quella dei suoi indegni ministri Holder e Lynch, che usano i vertici dell’intelligence e dell’FBI per spiare sul presidente eletto e per costruire accuse prive di fondamento.