Vangelo secondo Giuda

 

 

Roberto Righetto
(Osservatore Romano)
 

La figura di Giuda è stata esplorata dalla letteratura, soprattutto quella italiana del Novecento, sotto varie sfaccettature. Da Giovanni Papini che nella Storia di Cristo vede in lui “un parassita, un passivo”, senza discostarsi dal cliché del traditore mosso dall’avidità e dall’invidia, a Luigi Santucci e Ferruccio Parazzoli, che nelle loro opere narrative (rispettivamente Volete andarvene anche voi? e Vita di Gesù) preferiscono sottolineare l’umanità e la debolezza di Giuda, la sua incapacità di seguire le orme del maestro, di comprendere il senso vero della sua missione. Molti scrittori, e con loro il commediografo Diego Fabbri, hanno in un certo senso riabilitato la figura del traditore, umanizzandone i tratti e facendo di lui quasi uno strumento del piano di redenzione. Lo stesso intento è presente nello splendido romanzo Giuda di Amos Oz, in cui il protagonista compie una ricerca sulla figura del traditore per antonomasia, ma in realtà finisce per interrogarsi sul perché gli ebrei non hanno riconosciuto Gesù.

Una figura molto umana, concreta e reale, è anche quella raffigurata da Lanza del Vasto nel suo Giuda, un testo a metà tra autobiografia e narrativa scritto nel 1938 e a cui molti si sono ispirati. “Giuda era uno di noi” scrive appunto il filosofo apostolo della non violenza. Il suo è un racconto che si svolge tra la terza e la prima persona ed è completamente dedicato al modo di ragionare del discepolo, che si allontana sempre più da quello del maestro. Giuda è convinto che “la prepotenza è il libero gioco della vita” e che in essa può trovare ben poco spazio l’amore di cui parla Gesù. La sua adesione agli insegnamenti di Cristo si dimostra sempre più di taglio intellettuale. Bene lo rimarca Jacques Maritain in una lettera scritta a Lanza del Vasto nel 1939: «È quasi impossibile mostrarci un Giuda più verosimile e umano, quando fa mentire le verità stesse e spinge la sofisticazione spirituale fino a un sorprendente grado di saggezza alla rovescia». A poco a poco cresce in Giuda un sentimento di infedeltà e lo scontro col maestro si fa sempre più evidente: preda delle sue seduzioni intellettuali, «Giuda era stato ingannato, defraudato, tradito. S’era dato a Gesù per qualche cosa che non aveva ricevuto». Né la potenza né la ricchezza e nemmeno i segreti che Gesù serbava nel cuore gli erano stati concessi. Le pagine finali del romanzo sono impressionanti e spazzano d’un colpo le peggiori tentazioni dell’intelligenza, per dirla ancora con Maritain: «Credo in te, solo in te, nero e tondo nulla!» grida Giuda mentre si impicca.

Anche il Giuda raccontato da Giuseppe Berto nel romanzo La gloria, pubblicato da Mondadori nel 1978 e ora finalmente riproposto da Neri Pozza con una bella introduzione di Silvio Perrella, ci lascia sgomenti e attoniti. Anche qui Giuda parla in prima persona. Legato agli zeloti, da tempo attende un messia che liberi il popolo ebraico dall’oppressore romano. Nel romanzo, una sorta di vangelo secondo Giuda, egli è il primo degli apostoli, che si getta “per incantamento” nell’avventura in cui il Cristo lo trascina. Ma la fiducia presto lo abbandona e, avvolto in una confusione intellettuale e preso dall’impazienza, arriva a ritenere di essere lui stesso l’eletto, colui che il Signore ha chiamato investendolo della missione di cacciare l’invasore.

Come scrive Perrella, Giuda e Gesù sono speculari: «L’uno ha bisogno dell’altro perché il dettato delle Scritture si compia». Meno diabolico e più umano rispetto a quello di Lanza del Vasto, il Giuda di Berto, morto in una clinica romana proprio mentre le prime copie del suo romanzo giungevano in libreria, ci inquieta per la sua solitudine. «O Eterno, io grido a te da luoghi troppo profondi: Signore, non ascoltare la mia voce» sono le sue ultime, terribili parole.