Wright e Isozaki a scuola da Borromini. Trecentocinquant’anni fa moriva il grande architetto

 

 

Paolo Portoghesi
(Osservatore Romano)
 
Per merito della nuova direttrice dei Musei Vaticani, della Accademia di San Luca e dell’università della Sapienza, il trecentocinquantesimo anniversario della morte di Francesco Borromini verrà adeguatamente celebrato con il patrocinio del Mibact, con un convegno internazionale, una mostra dei disegni della Biblioteca Apostolica, un concorso fotografico e una serie di conferenze presso la Facoltà di Architettura, il MaXXI e l’Istituto svizzero di cultura.
 
La celebrazione rispecchia il crescente interesse della cultura internazionale per una figura che ancora cento anni fa era considerata quella di un corruttore del gusto classico, fantasioso inventore di gratuiti capricci architettonici. La piena rivalutazione della statura artistica, iniziata in terra germanica per merito di Gurlitt nel 1887, è opera, nel Novecento, di alcuni dei maggiori storici dell’arte e dell’architettura tra i quali ricordiamo Riegl, Schmarsow, Sedlmayr, e gli italiani Muñoz, Longhi, Venturi, Argan. Nel secondo Novecento e nel primo decennio del Duemila, l’arte borrominiana è stata oggetto di studi analitici sempre più approfonditi e ha raggiunto una popolarità che era ben difficile prevedere. Negli ultimi decenni sono usciti numerosissimi studi sulle sue opere e sul suo metodo di progettazione. 
 
La sua figura — spesso messa a contrasto con quella di Gian Lorenzo Bernini di cui fu collaboratore per pochi anni e del quale divenne l’irriducibile rivale — è stata oggetto di due libri: quello in tedesco di Sabine Birbaum e quello in inglese di Jake Morrissey, tradotto in italiano con il titolo Geni rivali. 
Persino dei veri e propri romanzi, dedicati alla sua vita tormentata sono stati pubblicati, come quello scritto da Ruggero Orlando (intitolato Francesco, quello di Giuseppe Spadaro, quello di Leros Pittoni, quello di Andreas Bellasi, L’iniziato, e quello di Thierry Vila, Le Batisseur). A dare la misura della popolarità raggiunta dal ricordo dell’architetto, citato anche dal Belli nei suoi sonetti, va ricordato che è uscito in questi giorni un libretto intitolato Il talento di Francesco in cui si confronta la bravura di Borromini con la bravura di un famoso calciatore, Francesco Totti.
 
Il convegno di studio che avrà luogo presso l’Accademia di San Luca, i Musei Vaticani e la facoltà di Architettura di piazza Borghese inizierà con una tavola rotonda alla quale parteciperanno Joseph Connors, che negli ultimi anni ha dato alla conoscenza di Borromini i maggiori contributi critici, Werner Oechslin, grande studioso svizzero del barocco, e chi scrive, che ha dedicato a Borromini una dettagliata monografia.
Nei giorni successivi prenderanno la parola molti dei maggiori studiosi dell’argomento. Il 12 dicembre verrà anche inaugurata da Barbara Jatta la mostra dei disegni più significativi della collezione vaticana che riguardano il restauro della Basilica Lateranense, il progetto non realizzato per San Paolo fuori le mura, il palazzo Pamphili, San Martino al Cimino e una proposta di restauro della Piramide di Caio Cestio. 
Echi della ricerca borrominiana di una piena libertà compositiva si colgono negli anni d’oro della architettura moderna almeno in due casi esemplari: il monumento di Tatlin alla terza internazionale e le opere di Frank Lloyd Wright.
 
Nel 1919 Tatlin progetta il monumento alla Terza Internazionale Socialista: una nuda spirale d’acciaio ancorata a un traliccio inclinato, all’interno della quale tre sale si sovrappongono come puri volumi geometrici; una delle immagini più cariche di valori simbolici e più dotate di forza icastica che abbia prodotto il Novecento. L’affinità con il coronamento di Sant’Ivo è fortissima nonostante la disparità dei linguaggi e, se è difficile dimostrare che Tatlin abbia visto qualche immagine del precedente borrominiano, è indubbio che la somiglianza ha contribuito ad arricchire di connotazioni simboliche la chiocciola di Sant’ Ivo e a consacrare il ruolo “rivoluzionario” della architettura borrominiana. 
 
Lo stesso tema coinvolge quella che può considerarsi la più importante delle affinità che lega Borromini alla storia dell’architettura moderna. Parlo delle numerose tangenze che uniscono alcune sue opere con quelle di Frank Lloyd Wright. Il maestro americano, avvicinabile a Borromini anche per la sua teoria della “decorazione organica”, indaga il tema dell’elica che si contrae verso l’alto nel planetario della Sugar Loaf Mountain, nel Maryland, nel 1924 e lo riprende nel 1943 quando comincia a progettare il Solomon Guggenheim Museum a New York, prima di decidere per il suo rovesciamento in un’elica che si espande verso l’alto e culmina in una cupola trasparente. 
 
All’elica contratta tornerà poi nel basamento del monumento dedicato ad Haroun-al-Rashid disegnato per Baghdad nel 1947. Nel 1926, progettando la Steel Cathedral, Wright aveva immaginato uno spazio stellare in cui concavità e convessità si allacciano in un involucro basato sulla matrice triangolare, una riedizione dinamicizzata del Sant’Ivo borrominiano, che sembra riemergere in filigrana nella parte centrale del bellissimo disegno planimetrico. Negli Uffici Johnson a Racine (1936) l’incastro tra i corpi di fabbrica, affidato alle connessioni lineari, ricorda l’allaccio continuo delle cornici borrominiane, mentre il modo di comporre per traslazione o connessione centrale di figure geometriche riappare in numerose opere come il Centro civico di Point Park a Pittsburgh (1947-48), l’università e l’Opera House di Baghdad, le Daphne Funeral Chapels a San Francisco del 1945, il Bramlett Motor Hotel a Memphis, Tennessee del 1950. 
 
In altre opere riemergono i temi di una centralità governata da assi diagonali e svolta connettendo dinamicamente segmenti di cerchio, una sorta di reinterpretazione sincopata del tiburio di Sant’Andrea delle Fratte; quasi parallelamente nella sinagoga Beth Sholom a Elkins Park (1953-59) lo spazio esagonale di Sant’Ivo riappare modellato da una gabbia strutturale trasparente come nella Haus des Himmels di Bruno Taut.
Non sappiamo se Wright, la cui ricettività rispetto alla storia è stata felicemente messa in luce da Vincent Scully, abbia avuto dimestichezza con le opere borrominiane prima del 1951 quando, in occasione della sua mostra di palazzo Strozzi a Firenze, ebbe modo di conoscere San Carlino e Sant’Ivo potendo disporre di un cicerone di vaglia come Bruno Zevi; ma la cosa è relativamente importante giacché la parentela spirituale vale più di ogni derivazione.
 
Del resto chi scrive ha dedicato un libro al tema delle connessioni tra architettura e natura in cui si cerca di dimostrare come analogie e omologie siano spesso non tanto frutto di derivazioni dirette e consapevoli quanto di comuni riferimenti a quella forma di pensiero che si esprime nella “auto-organizzazione” della materia e quindi nelle morfologie naturali. Che Borromini e Wright riconoscessero la natura come maestra dei maestri risulta chiaramente, del resto, dalle loro dichiarazioni di poetica. 
 
Per Borromini ricorderò quanto è scritto nell’Opus Architectonicum a proposito dei balaustri della loggia dei cardinali: «Sapendo che molti che non sanno inventare, hanno creduto esser stato mero capriccio, ed esser improprio, che una parte di essi balaustri sia più grossa di sopra, che da piedi, non avvertendo, che la natura, quale dobbiamo imitare, siccome produce gl’alberi assai più grossi dà piedi che di sopra, così ha fatto l’uomo più grosso di sopra che dà piedi». Per Wright c’è solo l’imbarazzo della scelta. Nella Autobiografia, per esempio, si legge: «Ogni verità estetica è sempre suggerimento di natura, ed era quindi inevitabile che questo ideale estetico dovesse pervadere la costruzione stessa dell’edificio diventando principio costruttivo».
A dimostrare l’ampiezza dell’influenza borrominiana sull’architettura contemporanea si può infine riferirsi all’ascolto borrominiano di Arata Isozaki, uno degli architetti giapponesi più colti e creativi. Isozaki ha scritto una preziosa monografia su San Carlino alle Quattro Fontane, illustrata con fotografie da lui stesso scattate: un esempio di lettura penetrante operata non tanto con gli strumenti della storia quanto con quelli della metodologia progettuale. Nel definire il senso dell’attualità di Borromini, Isozaki così scrive: «Guardando indietro al periodo barocco e al gran numero di opere barocche non possiamo negare che l’opera di Borromini è altamente personale e non dipende da un sistema universale al quale invece sono facilmente assimilabili le opere berniniane come la chiesa di Sant’Andrea. Di conseguenza l’opera di Borromini non è stata consumata e rimane ancora fresca e non suscettibile di imitazione. Dal suo esempio si può dedurre che adottare un metodo contrario alla sistematizzazione è scegliere un destino di continuo combattimento nei confronti della propria epoca. La scelta da parte di Borromini di questo indirizzo è la ragione per cui la sua opera ha prodotto un effetto di così lunga durata».
 
(1 Dicembre 2017)