04/05/2018


In quel tempo, i farisei dissero al cieco che Gesù aveva guarito: 17«Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
18Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. 19E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». 20I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé». 22Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. 23Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età: chiedetelo a lui!».
24Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». 25Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». 26Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». 27Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». 28Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! 29Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». 30Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. 31Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. 32Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. 33Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». 34Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
35Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». 36Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». 37Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». 38Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.
39Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». 40Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». 41Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane».


Dopo avere narrato nella prima parte della pericope la guarigione per opera di Gesù di un uomo cieco dalla nascita, e la perplessità che questo gesto provoca nei testimoni, fino a creare “dissenso tra loro” (Gv 9,16), oggi l’evangelo ci fa seguire l’itinerario di fede compiuto dall’uomo che ha ricuperato la vista.

In particolare, si concentra sulla questione del discernimento. Il discernimento significa imparare a guardare come Dio guarda. Il nostro sguardo dice chi siamo in verità. Imparare a credere nel Dio che non si vede, ma di cui si possono discernere dei segni della presenza, significa anche imparare a guardare la realtà che ci circonda.

Prima tappa di questo itinerario nel brano evangelico odierno: l’uomo guarito viene interrogato dai detentori del sapere religioso sull’identità del suo taumaturgo. Riconoscendosi beneficiario di una guarigione non richiesta e interamente gratuita, ammette che “è un profeta” (v. 17). Ma l’azione compiuta da Gesù scatena un conflitto di interpretazioni e le autorità sono decise a chiarire il caso. Per questo convocano i genitori dell’uomo in qualità di testimoni. Questi non si possono rassegnare ad ammettere il miracolo, prigionieri come sono dalla loro concezione della realtà. La loro credenza è più forte dei fatti! Preferiscono allora tacere la verità e rimandare al figlio, manifestando così la loro perversione del sapere.

Le autorità teologiche, i farisei, chiamano allora per la seconda volta l’uomo guarito. Intendono fargli confessare che Gesù è un peccatore. Colui che era cieco però si rifiuta di entrare nel loro gioco e ricorda l’unico fatto inconfutabile: “Ero cieco e ora ci vedo” (v. 25). Di fronte all’insistenza dei suoi interlocutori, si lascia addirittura andare al sarcasmo… La discussione che segue lo conduce quindi un passo più avanti sul cammino della fede: sapendosi ignorante, ma attaccandosi sobriamente alla propria storia, il cieco si presenta in una postura di ascolto autentico. I farisei invece, chiusi nel loro sistema religioso, si allontanano dal Dio che viene loro incontro, ed escludono tragicamente dalla comunità colui che in realtà era nel vero…

Scartato dalla comunità, vittima della sua preoccupazione per la verità, l’uomo viene ritrovato da Cristo. È lui a porgli la domanda decisiva. L’uomo guarito può allora fare l’ultimo passo verso la fede (che per lui è anche visione: “L’hai visto”, v. 37): “Credo, Signore” (v. 38). Ma questo passo, l’uomo non lo fa da sé: la fede è sempre una rivelazione, un dono. Se, per confessare la fede, ci vuole il discernimento, l’evangelo ci mostra qui che deve anche essere illuminato da una luce che non viene da noi.

Di fronte alla rivelazione ogni persona svela definitivamente chi è. Coloro che si riconoscono ignoranti e scoprono Cristo accedono alla fede; coloro invece, come i farisei, che lo rigettano in nome del proprio presunto sapere, sono ormai in una posizione di rottura. Si tratta dunque, anche per noi, di imparare a condividere lo sguardo di Gesù su di noi, che ci fa riconoscere chi siamo veramente. E chi lui è per noi. Allora iniziamo a vedere veramente.

fratel Matthias