11/04/2018


 

In quel tempo, 1 Gesù venne a sapere che i farisei avevano sentito dire: «Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni» - 2sebbene non fosse Gesù in persona a battezzare, ma i suoi discepoli -, 3lasciò allora la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. 4Doveva perciò attraversare la Samaria. 5Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». 15«Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».


Questa prima parte dell’incontro e del dialogo di Gesù con la donna di Samaria ci offre un annuncio gioioso, una buona notizia: la dimensione di dono della presenza del Signore Gesù, il Messia.

Gesù dice alla donna: “Se tu conoscessi il dono di Dio!” (Gv 4,10). Certo, ciò significa primariamente: “Se tu avessi coscienza della qualità del dono che ti viene fatto!”, del dono di quell’acqua viva che Gesù è venuto a portare agli uomini: lo Spirito santo (cf. Gv 7,37-39), ma vuol dire anche: “Se tu fossi consapevole che il rapporto con il Signore è anzitutto l’accoglienza di un dono, di doni, che ti sono dati gratuitamente affinché tu possa vivere!”.

A volte noi cristiani rischiamo di comprendere la vita di fede come un insieme di doveri a cui al massimo, con la nostra buona volontà, ci sforziamo di adempiere, fino talvolta a gemere, tristi, come sotto un enorme peso. E non pensiamo che, invece, la vita cristiana è anzitutto l’accoglienza di un dono, anzi, di molti doni, che ogni giorno si presentano a noi e ci vengono offerti.

Doni, certo, che per essere efficaci, veramente portatori di vita nelle nostre esistenze hanno bisogno di essere accolti, custoditi e condivisi, e che per l’accoglienza fedele di cui hanno bisogno implicano anche delle rinunce, rinunce che talvolta possono apparire anche folli agli occhi del mondo (cf. 1Cor 1,23), rinunce che possono apparire solo come un “perdere la propria vita” (cf. Mc 8,35se si dimentica il fine a cui esse tendono, il motivo per cui vengono compiute, se si dimentica l’acquisizione del tesoro grande e della perla preziosa che ne sono all’origine (cf. Mt 13,44-45). Se si dimentica, dunque, che il gioco vale la candela.

Annuncio di gioia, dunque, e di vita! E annuncio di gioia destinato a tutti e che raggiunge tutti, come questa donna samaritana, disprezzata dal popolo della Giudea, considerata non ortodossa quanto alla purezza della fede e al luogo di culto, donna con cui Gesù, sfidando tutte le consuetudini, si sofferma a parlare; non solo, ma si sofferma a parlare con lei non offrendo, non imponendosi come colui che dà e che fa del bene all’altro, ma come colui che ha bisogno, come colui che fa sentire l’altro importante in quanto possiede e può donargli qualcosa che lui non ha: “Dammi da bere” (v. 7).

Sì, il Signore si pone di fronte agli uomini come un mendicante che bussa alla nostra porta (cf. Ap 3,20), come colui che ha bisogno di noi, che ci chiede di donargli qualcosa di cui è privo e indigente; Gesù pone in alto coloro che ha di fronte, e si pone lui in basso, quale colui che riceve, che ha bisogno. Gesù fa crescere le persone davanti a sé, senza umiliarle con l’imporre loro i suoi doni, e anche in questo egli fa rinascere le vite, anche umanamente, come vite portatrici di senso, come vite che possono donare perché anzitutto restituite a se stesse e rese consapevoli di se stesse.

Ma poi, proprio in quanto rese a se stesse e dunque capaci a loro volta di accogliere il dono, Gesù rivela il dono che egli porta, che offre, per la vita di coloro che ha davanti.

Viviamo noi la nostra vita nella logica dell’obbligo, che è propria dello schiavo, oppure in quella del dono, che è propria del figlio?

sorella Cecilia