14/05/2018


Venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre, Gesù disse ai suoi discepoli:" 9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. 12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri."


Oggi la chiesa celebra la memoria dell’apostoloMattia, colui che è stato chiamato a prendere il posto di Giuda nel gruppo apostolico. Si potrebbe pensare a un apostolo minore, a una sorta di “riserva”. In realtà ha un ruolo importante – è significativo il rilievo che gli dà il libro degli Atti degli apostoli (cf. At 1,21-26) –, in quanto viene a integrare la comunità degli apostoli dopo la defezione di Giuda, riportando a dodici il loro numero, come aveva voluto Gesù.

Quali sono i requisiti per la sua elezione? Essenzialmente uno: che abbia vissuto il discepolato, la sequela del Signore Gesù. Per usare le parole di Pietro: che sia stato “con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi” (At 1,21). E dunque che sia, insieme con loro, “testimone della sua resurrezione” (At 1,22).

È significativo il brano evangelico che la chiesa ha scelto per celebrare la memoria dell’apostolo: è il testo in cui Gesù invita a dimorare in lui, come il tralcio dimora nella vite, condizione indispensabile per portare frutto. Certo, per Mattia è stato importante l’aver “mangiato e bevuto” con Gesù (cf. At 10,41); ma lo è altrettanto, e ancor di più, l’aver conosciuto il suo amore “fino alla fine” (Gv 13,1), la sua vita spesa per loro, suoi amici, fino a perdere la vita con una morte violenta e ingiusta. Sì, essere “testimone della resurrezione” significa, paradossalmente, essere testimone di una vita donata – persa! – per amore. Testimonianza da rendere con la parola, con l’annuncio, ma soprattutto con la propria esistenza. Secondo un’antica tradizione, l’apostolo Mattia annunciò il vangelo in Etiopia, dove donò la vita per Cristo nel martirio.

Ascoltando oggi questo brano tratto dal Vangelo secondo Giovanni, sentiamo come esso parli con forza anche alle nostre vite, perché ci consegna ancora una volta il “comandamento nuovo”, sempre nuovo perché ultimo e definitivo. Due brevi sottolineature, entrambe sotto il segno del paradosso.

Gesù chiede di “dimorare nel suo amore” (v. 9) e, poco dopo, di “andare e portare frutto” (v. 16). Ma come è possibile nello stesso tempo dimorare e andare? È possibile perché l’amore è per sua natura dinamismo, movimento. È un amore che esce, che chiede di dilatarsi, che spinge a partire. Porta in sé una duplice esigenza: alimentarsi, grazie al dimorare, e diffondersi, ossia immettersi nella ferialità delle relazioni, affrontare la sfida della quotidianità. Più si dimora in Cristo, si resta attaccati a lui, più si è messi in grado di andare e portare frutto, il frutto dell’amore.

Gesù chiede inoltre: “Amatevi gli uni gli altri” (v. 12). Chiede cioè la reciprocità, e a questo si dovrebbe tendere nella comunità cristiana. Ma aggiungendo: “come io ho amato voi”, di fatto sconvolge la reciprocità, perché il “come” dell’amore di Gesù è pura gratuità, non pretende il contraccambio. È amore asimmetrico, amore che si lascia crocifiggere! E infatti sullo sfondo si staglia la croce... Certamente, l’amore cristiano deve tendere alla reciprocità, e la può effettivamente edificare. Ma non la pone come condizione. Perché il discepolo di Gesù è chiamato ad amare anche chi amabile non è, anche il nemico (cf. Mt 5,44). Sull’esempio del suo Signore.

fratel Valerio