15/05/2018


In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli :"32Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. 33Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. 34Perché, dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. 35Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; 36siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. 37Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! 39Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40Anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».


Il monachesimo è lo stupore del radicalismo cristiano. Antonio sente una parola del vangelo (Mt 19,21) e lascia tutto per iniziare nel deserto una vita di solitudine e di lotta spirituale, seme del movimento monastico dei primi secoli. Pacomio, di cui oggi festeggiamo la memoria, conosce Cristo sperimentando la carità dei cristiani, mentre presta servizio nell’esercito imperiale, intorno al 312. Stupito di essere curato da quegli sconosciuti, chiede chi sono. Gli rispondono: “Sono uomini che portano il nome di Cristo e fanno del bene a tutti, poiché sperano in Colui che ha fatto il cielo, la terra e noi uomini”. La giovane recluta promette: “O Dio, servirò la tua volontà tutti i giorni della mia vita e, amando tutti gli uomini, li servirò secondo il tuo comandamento”. Pacomio è stato convertito dall’amore.

Divenuto monaco, inizia una vita comune sul modello degli Atti degli Apostoli (cf. At 2,42-47). Come nella parabola lucana, i fratelli e le sorelle delle sue comunità vivono radicalmente il tempo dell’assenza del padrone, perseverando nel servizio gli uni verso gli altri e verso tutti. Il servizio è il segno dell’attesa del Signore. La memoria del suo ritorno rende vigilanti, capaci di discernere nel quotidiano servizio ai fratelli la fatica dell’attesa: la fatica dell’amore.

L’assenza del padrone è però segnata anche da un’ignoranza. Il servo non sa quando il padrone ritorna. Il padrone casa non sa a che ora viene il ladro. I discepoli devono tenersi pronti, perché il Figlio dell’uomo viene nell’ora che non immaginano.

Ma il vangelo parla anche di una presenza. Della venuta del Signore che lo rende presente tra i suoi. Parla della beatitudine dei servi che restano desti per accogliere il loro padrone, procurargli la gioia di sapersi attesoLa loro attesa non è mossa dalla paura ma dall’amore. Sono beati, perché conosceranno la presenza di un padrone che si farà loro servo: si cingerà le vesti, imbandirà la tavola, donerà il ristoro (cf. Lc 22,27).

Certo, questa attesa avviene nella notte, nell’oscurità dell’incertezza, del dubbio, della fatica. La tradizione tramanda una visione di Pacomio: i suoi fratelli “camminavano l’uno dietro l’altro, tenendosi saldamente l’uno con l’altro per timore di perdersi a causa della profonda oscurità; quelli che aprivano la fila avevano una piccola luce, come quella di una lampada per illuminare il loro cammino”. La piccola luce che guida i fratelli è il vangelo, ed è piccola perché è “simile a un granello di senapa”, che è piccolo (cf. Mt 13,31-32).

Il piccolo gregge che è la comunità del Signore, che è la chiesa, non deve temere. La Parola del Padre, che Gesù ci ha fatto conoscere, ci rende liberi, ci dona la sua gioia (cf. Gv 15,11): rivela il dono del Regno, il compiacimento del Padre che vuole il bene dei suoi figli, la comunione con gli uomini nella gioia del suo amore. Dobbiamo solo lasciarci convertire dall’amore. “Perché l’amore è da Dio e questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1Gv 4,7.21).

L’amore rende vigilanti. Se siamo vigilanti riconosceremo anche che l’amore è il tesoro della nostra vita. E dov’è il nostro tesoro, là è anche il nostro cuore.

fratel Adalberto