16/05/2018


In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli :"16Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». 17Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos'è questo che ci dice: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete», e: «Io me ne vado al Padre»?». 18Dicevano perciò: «Che cos'è questo «un poco», di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 
19Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete»? 20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. 21La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. 23Quel giorno non mi domanderete più nulla."


Congedandosi, Gesù consegna ai suoi parole importanti che esprimono il suo amarli fino alla fine. La vita terrena di Gesù sta per terminare, lo attende la morte, ed egli parla di due tempi, di un vedere e di un non vedere più, seguito da un’affermazione che sconcerta: un rivedere a breve scadenza. I discepoli sono confusi e tristi, non comprendono le sue parole e ne discutono il senso finché Egli stesso non le interpreta per loro.

L’interpretazione data da Gesù è centrata sulla trasformazione della loro tristezza in gioia ed è messa in evidenza dall’immagine della partoriente che, una volta messo alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione patita poco prima. C’è un lutto da attraversare, pianto e lamento per la perdita del maestro, ma paradossalmente la tristezza diventerà gioia perché la morte è stata annientata dal Vivente. La gioia annunciata è il frutto dell’incontro dei discepoli con Gesù al di là della morte. Lo sguardo di Gesù posato sui discepoli farà sorgere la loro gioia. Certo, è la gioia che i discepoli stessi sperimenteranno dopo la sua resurrezione ogni volta che il Risorto si mostrerà loro, ma non si tratta solo di questo, perché la gioia non si limita ai giorni successivi alla Pasqua: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). È una gioia profonda quella che arriva fino a noi e che nessuno può toglierci, gioia di una presenza, del non sentirsi più soli. Nella gioia c’è qualcosa che eccede, c’è qualcosa di traboccante che sfugge al contenimento. La gioia ci mette alla prova invitandoci a lasciarci trasformare. E lasciarsi trasformare dalla gioia implica fiducia, abbandono e un inevitabile rischio.

La comunità cui l’evangelista si rivolge è la comunità postpasquale, una comunità smarrita la cui fede è fondata sul mistero del Figlio che ha deposto la sua vita per riprenderla. Lo scopo di quelle parole è allora di ricordare che vedere Gesù vivo è per i credenti una realtà attuale. I discepoli piansero per Gesù ma seppero che egli era con loro, come amore, definitivamente: egli non era più un giorno in un luogo, un giorno in un altro, ma ovunque e nello stesso tempo; essendo morto, era immortale; essendo invisibile, era dovunque; tacendo, mandava ininterrotti messaggi. Dove era lui, era la sua stessa forma ridisegnata in amore. Questa verità è inevitabilmente coinvolgente. Non si può prenderla sul serio senza che inizi a trasformarci. Questo perché non si tratta semplicemente di un evento: c’è la novità della presenza di una persona e non possiamo mai entrare in una relazione senza desiderare di venirne influenzati.

Il cuore della buona notizia è che Gesù Cristo è la nostra gioia. Come nel mattino di Pasqua i discepoli hanno scoperto che l’amore aveva prevalso sull’odio, l’amicizia sul tradimento, che il senso aveva trionfato sul non senso, che il Dio forte ci rende forti, così in ciascuna delle nostre vite, anche quando la nostra capacità di amare e il nostro coraggio sembrano distrutti, di qualsiasi genere siano le catene che ci ostacolano o le prigioni in cui siamo rinchiusi, siamo costantemente esortati a fare spazio a Gesù Cristo, alla sua presenza che è gioia, e questo incide non solo sulla tonalità che diamo alla nostra vita, ma sulla forma stessa in cui la plasmiamo.

sorella Antonella