Il governo in Spagna: il Parlamento boccia il leader conservatore Feijóo, si avvicina l’ora di Pedro Sanchez

Roma, 27 set. (askanews) – Come previsto, Alberto Nunñez Feijóo esce sconfitto dal primo voto di investitura – e salvo sorprese dell’ultima ora, farà altrettanto venerdì: il Parlamento spagnolo ha bocciato l’investitura a presidente del governo del leader conservatore Alberto Nuñez Feijóo, che si è fermato a 172 voti (quelli con cui era entrato), quattro meno della maggioranza assoluta necessaria per approdare alla Moncloa.

Un esito di fatto scontato, dal momento che oltre ai voti del suo Partido Popular, di Vox e di due altre formazioni minori Feijóo non è riuscito a convincere nessuno della bontà del suo progetto politico: gli unici altri conservatori potenzialmente suscettibili, quelli del Partito nazionalista basco, gli hanno chiuso la porta in faccia. Per questo motivo, Feijóo è arrivato al dibattito di investitura presentandosi già come leader dell’opposizione, più che come candidato alla presidenza del goervno: ha dedicato la maggior parte del suo discorso non alle sue proposte di legislatura – in gran parte peraltro contrarie alla prassi del Pp nelle regioni in cui governa – ma a denunciare le eventuali concessioni del Partito socialista per confermare l’attuale coalizione.

Una denuncia preventiva che ha il duplice scopo di rendere più difficile far accettare all’opinione pubblica l’amnistia agli indipendentisti catalani che questi hanno posto come condizione per un sì a Pedro Sanchez, e – se anche il premier uscente dovesse fallire – di posizionarsi come leader più coerente in vista delle successive elezioni, che si terrebbero a gennaio.

Una strategia che tuttavia non sembra promettere grandi risultati: da una parte, i sondaggi effettuati nelle ultime settimane dicono che oltre il 90% degli spagnoli non cambierebbe il proprio voto alle urne, il che lascia pensare che il risultato rimarrebbe sostanzialmente lo stesso; dall’altra, nulla garantisce a Feijóo che il Pp – proprio per questo motivo – non scelga un altro candidato.

Dietro le quinte infatti il Pp madrileno – di gran lunga l’ala più potente del partito – si prepara da tempo a proporre sia la governatrice della comunità autonoma della capitale, Isabel Díaz Ayuso, sia il sindaco José Luís Martínez Almeida – due figure di popolarità ben maggiore anche se considerate troppo Madrid-centriche per una parte dell’elettorato.

Stando così le cose – e presumendo che il secondo voto non produca alcuna sorpresa – Feijóo getterà ufficialmente la spugna e sarà di nuovo re Felipe VI a dover procedere ad un nuovo incarico: il designato non potrà che essere Pedro Sanchez, che ha più volte assicurato che il nuovo governo progressista nascerà senza alcun dubbio.

Quanto l’ottimismo prevalga sul realismo è difficile da stabilire: i negoziati con gli indipendentisti catalani sono ormai ben avviati, e a Barcellona si dà per scontato che l’amnistia è cosa fatta e si parla addirittura di referendum di autodeterminazione – che a Madrid è politicamente letale anche solo menzionare.

In assenza di effettivi dettagli, se Sanchez avesse effettivamente ricevuto dei segnali positivi riguardo alle sue proposte rimangono però da superare alcuni scogli che riguardano le rivalità e le divisioni all’interno della sua stessa coalizione, il cui punto debole è di fatto la saldezza a lungo termine.

In primis, fra le sinistre di Sumar e Podemos non corre buonissimo sangue: Podemos accusa la formazione della vicepremier Yolanda Díaz di voler imporre la propria egemonia (di fatto, Podemos non ha avuto diritto di replica durante il dibattito di investitura: a parlare è stata una deputata di Sumar). Difficle però ipotizzare una rottura che possa andare a favore della destra: il rischio però potrebbe presentarsi in caso di un ritorno alle urne.

I nazionalisti e indipendentisti baschi sono d’accordo nel non volere un governo sostenuto dall’ultradestra di Vox: ma incombono le elezioni regionali, e dunque l’ansia di differenziazione fra i conservatori del Pnv e i radicali di Bildu (anche in Euskadi,come in catalogna, gli assi nazionalismo/unionismo e destra/sinistra non coincidono). Un fattore che potrebbe incidere sul sostegno di lungo periodo della coalizione, almeno fino a che non saranno chiari gli equilibri interni alla comunità autonoma.

Infine, gli indipendentisti catalani: Junts e Erc finora non hanno negoziato insieme, hanno forti problemi di equilibrio interno nel governo regionale a cui si aggiunge oltretutto il punto di vista – decisivo – di Carles Puigdemont, esiliato in Belgio. Anche in questo caso, l’ansia di differenziare le proprie posizioni potrebbe portare a richieste che Sanchez non sarebbe in grado di accettare politicamente.

Per questo motivo negli ultimi giorni sono girate ipotesi di un team negoziale unificato, che per quanto logica peraltro al momento rimane solo un’ipotesi. Senza contare che nel caso di un’effettiva amnistia, il ritorno di Puigdemont nella’ran politica catalana rischia di provocare un terremoto nella coalizione al governo nella regione, guidata da Erc.

Comunque sia, Sanchez ha dalla sua l’istituto della sfiducia costruttiva: una volta insediato, è molto difficile far cadere un governo – di fatto, lo steso Sanchez è stato l’unico a riuscirci – ma il margine di cui dispone il leader socialista è effettivamente esiguo, un paio di voti sopra la maggioranza assoluta: la stabilità rimane uno dei requisiti fondamentali e mantenere la pace nella coalizione potrebbe rivelarsi il compito più difficile.

Per tutto questo tuttavia occorrerà attendere l’esito dei vari negoziati e il prossimo dibattito di investitura. Il tempo di fatto stringe, poiché il voto di oggi ha fatto scattare il cronometro istituzionale: se entro due mesi non vi sarà un nuovo governo, si tornerà alle urne.