Sorprende ai giorni nostri la negligenza con la quale si guarda alla vicenda storica del Partito popolare. È anche colpa nostra, perché abbiamo lasciato che si depositasse la polvere dell’oblio e diventasse uno stile intellettuale la presa di distanza dal cattolicesimo politico, con la sua stratificazione materiale, tra luci e ombre, e il suo retaggio di grandezza e contraddizioni. Sturzo lo si cita, quando dice bene, ma non lo si studia e quindi non lo si capisce. Quello che ha fatto si piega alla banalità del discorso odierno, privo di spessore, di chi coltiva l’illusione di una novità senza passione e senza esperienza.
Il contesto storico
Come ricordare la nascita del Partito popolare? C’è qualcosa in quell’evento che si riveste di luminosa attualità. L’Italia era uscita vincitrice dalla Grande guerra. Tuttavia, sulla scia di un evento di portata eccezionale, costato più di seicentomila morti e circa un milione di feriti, l’opinione pubblica entrò subito nella spirale di delusione e frustrazione per quella che fu denominata la “vittoria mutilata”. Fu l’innesco di una crisi che nel giro di un triennio determinò il successo del fascismo. La classe dirigente non seppe contrastare il disordine del dopoguerra.
Prima dell’Appello ai liberi e forti, Sturzo presentò il 17 novembre del 1918, in un discorso memorabile tenuto a Milano, le sue considerazioni sulle “novità” prodotte dalla guerra. Fece chiarezza su un punto: i cattolici dovevano essere consapevoli che l’Europa e l’occidente avevano di fronte l’imponenza di una palingenesi sociale. Erano crollati gli imperi, s’alzava la bandiera della libertà, cresceva la speranza di un nuovo ordine, fondamentalmente più giusto. La pace doveva rappresentare l’orizzonte insuperabile, mai più soggetto a rimozioni, della nuova era delle nazioni e dei popoli.
Contro vecchi e nuovi imperialismi
Sturzo, in contrasto con il sentimento pubblico dell’epoca, si schierò dalla parte dell’America di Wilson. Ai primi di gennaio del 1919 il Presidente degli Stati Uniti venne in Italia ma fu accolto con freddezza e malcelata diffidenza. I suoi famosi 14 punti per la pace contemplavano (al punto 9) una troppo debole adesione alle aspettative dell’Italia sui territori dell’Istria e della Dalmazia. Ebbene, nell’Appello presentato a distanza di pochi giorni dalla visita del Presidente americano risuonavano parole di coraggiosa condivisione di un disegno di rottura con ogni sorta di imperialismo, per una pace durevole.
i popolari erano nel giusto
Se la storia non si ripete, tant’è che oggi si deve constatare amaramente come l’America sia lontana dall’idealismo wilsoniano, non per questo si annulla la portata dei suoi insegnamenti. Quel che conta, per noi, è che il Partito popolare si costituì con l’armatura di un programma che avrebbe potuto scongiurare, se adottato dalle forze popolari dell’epoca, la tragedia della dittatura. Di questo dobbiamo essere orgogliosi, anche quando una verità così significativa collassa sotto il peso di un enorme scollamento tra coscienza cristiana e azione politica, con l’abbandono per superficialità e presunzione dei valori costituivi del popolarismo.
