Roma, 29 ott. (askanews) – Non sono in pochi a sostenere che le elezioni di midterm statunitensi siano una sorta di referendum per misurare il consenso nei confronti di Donald Trump. Tra questi c’è lo stesso inquilino della Casa Bianca, che ha più volte invitato gli elettori a comportarsi come se nella consultazione del 3 novembre in lizza ci fosse lo stesso presidente.
Un’impostazione che, riflettono gli analisti politici, molti repubblicani vorrebbero evitare ma allo stesso tempo sono consapevoli essere inevitabile. La maggior parte dei repubblicani ha troppa paura di dire apertamente a Trump quanto sia impopolare – la riflessione – ma al di là della loro timidezza hanno bisogno che gli elettori di Trump che raramente votano si rechino alle urne. E’ il motivo principale per il quale stanno assecondando una strategia incentrata su Trump, che secondo molti rischia di compromettere la loro credibilità e di far perdere seggi sia alla Camera sia al Senato. “Non abbiamo scelta. Siamo bloccati sulla stessa barca con lui, che ci piaccia o meno”, ha recentemente dichiarato un alto responsabile della campagna repubblicana, in contatto con l’organizzazione politica di Trump. “Ora, quando la marea sale, tutte le barche vengono sollevate. Ma gli unici che sembrano convinti che la marea stia salendo sono quelli della Casa Bianca”.
Trump ha di fatto preteso che gli spot elettorali fossero incentrati su di lui, sostenendo che le elezioni di midterm rappresentino comunque dei referendum sulla figura del presidente. Ha puntato inoltre a mettere in evidenza i risultati ottenuti dalla sua amministrazione. “Non sono sulla scheda elettorale, ma è come se ci fossi”, ha detto il presidente americano a un suo confidente. L’inquilino della Casa Bianca ha riconosciuto che “la storia ci insegna che il presidente in carica” subisce sconfitte alle elezioni di metà mandato, ma ha anche tenuto a evidenziare che “nessuno ha mai avuto un primo anno e mezzo come il nostro”.
Secondo gli “strateghi” repubblicani, Trump ha utilizzato un messaggio efficace sui tagli fiscali. Ma le loro ricerche mostrano sempre più spesso che gli elettori attribuiscono a Trump la responsabilità della guerra in Iran, che sta facendo aumentare il costo della benzina, con il prezzo del diesel ai massimi storici. E i suoi discorsi tendono a essere poco coerenti e privi di una linea chiara, con un’efficacia a volte discutibile. Dal progressista Maine al conservatore Missouri, dalla Florida all’Oregon, gli elettori non nascondo preoccupazione per alcune delle principali politiche del presidente: la già citata guerra con l’Iran, che si sta nuovamente intensificando; la politica draconiana in materia di immigrazione; i dazi e le altre misure economiche che hanno fatto aumentare il costo della vita.
Oppressi dal caro vita – in primis il prezzo dei carburanti, il principale indicatore a cui l’americano medio guarda per capire quanto il proprio portafoglio sia sotto pressione – gli elettori sono sconcertati dall’ossessione di Trump per progetti come la sfarzosa sala da ballo che ha ordinato di costruire alla Casa Bianca. E il tasso di approvazione del presidente è ai minimi del suo secondo mandato. I democratici, che hanno subito una pesante sconfitta alle elezioni presidenziali del 2024 – proprio a causa delle preoccupazioni degli elettori per l’inflazione e il costo della vita -, hanno riconquistato il sostegno della propria base e degli elettori indipendenti delusi, insoddisfatti di Trump e della situazione attuale. I sondaggi indicano che, se si votasse domani, l’opposizione otterrebbe una larga maggioranza alla Camera dei rappresentanti, dove i repubblicani dispongono attualmente di un vantaggio di pochi seggi. E i democratici hanno la possibilità di conquistare il Senato, risultato che soltanto pochi mesi fa sarebbe sembrato impossibile.
Anche gli avversari di Trump, poi, stanno assecondando questa “personalizzazione” sulla figura del presidente nelle elezioni di midterm. Dal 1 settembre, i candidati democratici e i loro alleati hanno speso oltre 163 milioni di dollari in spot televisivi che menzionano il presidente repubblicano, secondo un’analisi dell’Ap basata sui dati di AdImpact, società che monitora gli investimenti pubblicitari sui media. Molti degli spot democratici accusano gli avversari repubblicani di anteporre Trump agli interessi degli elettori, soprattutto su questioni come i dazi e la guerra in Iran, che secondo i democratici stanno facendo sensibilmente lievitare il costo della vita.
Un sondaggio di NBC News ha rilevato che oltre il 40 per cento degli elettori registrati ha dichiarato di voler utilizzare il proprio voto per il Congresso per “inviare un segnale di opposizione al presidente Trump”. La propensione a esprimere un voto di protesta contro il presidente americano è aumentata rispetto al 38 per cento registrato in vista delle prime elezioni di midterm di Trump, nel 2018, e al 35 per cento di elettori che nel 2022 intendevano manifestare la propria opposizione al presidente Joe Biden. Il dato è inoltre superiore al 37 per cento di elettori che nel 2006 votarono per esprimere opposizione al presidente George W. Bush, durante la guerra in Iraq, diventata progressivamente sempre più impopolare.
Una percentuale più bassa, inferiore al 30 per cento, ha dichiarato che il proprio voto del 2026 sarà “un segnale di sostegno” a Trump: dato leggermente inferiore a quello registrato nel 2018. Il 28 per cento degli intervistati, invece, ha sottolineato che il proprio voto non rappresenterà un segnale né di sostegno né di opposizione al presidente.
(di Francesco Corda)

