Pensare la città prima di amministrarla
A quasi 50 anni dalla morte di Giorgio La Pira (e ci si augura che nel 2027 ci siano adeguate iniziative per ricordare la ricorrenza), ritengo che, nell’attuale dibattito sociale e politico, fare memoria del “Sindaco santo” possa essere esercizio fecondo non solo per i cattolici, ma per quanti avvertono il bisogno di alimentare la politica con ispirazioni forti: ideali ed esistenziali.
Affermava La Pira: «Non si vince restando sul piano soltanto economico, sociale e tattico: si vince includendo questi valori nella scala integrale, teologale, dei valori», secondo la prospettiva dell’umanesimo integrale di Jacques Maritain, suggeriva La Pira.
Questa annotazione, al di là dell’autore citato, è importante per dire che la riflessione sulla polis va collocata in un contesto più ampio, che è antropologico e sociale, in quanto chiama in causa il bene della persona e il bene della società. È questa un’indicazione importante per coloro che hanno il compito di amministrare a livello locale o di legiferare e governare a livello nazionale: tutti sono chiamati non a fare filosofia, ma ad avere una filosofia cui ispirare l’azione pratica, in modo tale da dare un senso all’amministrazione della città o al governo del Paese.
In particolare, direi che l’impegno di La Pira è stato caratterizzato dall’esigenza non solo di “amministrare la città” – nel suo caso Firenze – ma anche e prima ancora di “pensare la città”, la civitas. In questo orizzonte si colloca e prende senso l’amministrare, che diversamente si riduce a un puro fatto tecnico senza respiro, per cui, quand’anche risolva problemi, non dà ossigeno alla città. Alla città è invece indispensabile disporre di una “visione”, nella quale i problemi non solo possano essere risolti, ma soprattutto possano essere compresi e colti nella loro complessità.
Non soltanto abitare, ma “essere città”
Proprio tale cultura della città ha portato La Pira a non limitarsi ad “abitare la città” ma, vorrei dire, a “essere città”. E questo significa non semplicemente “risiedere in una città” o “governare una città”, ma creare un tessuto di convivenza caratterizzato, per un verso, da condivisione valoriale, pur nelle differenti concezioni, e, per altro verso, da collaborazione operazionale, pur nelle differenti posizioni.
Più precisamente, “essere città” significa dare vita a un contesto unitario nel rispetto dei diversi orientamenti ideologici e metodologici, far crescere il senso di appartenenza a una comunità, pur senza campanilismi e provincialismi, e implementare la capacità di stare gli uni “accanto” agli altri e operare “insieme” con gli altri, fino a portare attenzione “verso” gli altri: in questi tre avverbi è da vedere il senso più vero dell’essere città.
Infine, aggiungerei che “essere città” comporta alcune convinzioni fondamentali: che la politica è propria della condizione umana (essere politici); che occorre tradurre questa vocazione tutta umana negli specifici contesti esistenziali e sociali (pensare e agire politicamente); e che, a tal fine, alcuni sono chiamati a dedicarsi temporaneamente all’attività politica, da intendere come ruolo da svolgere con competenza (fare politica).
La coltivazione dell’umano
Con questi significati, mi pare che “essere città” si possa ben applicare all’opera civica di La Pira, e si dovrebbe applicare ai politici convinti che la finalità principale della città sia la coltivazione dell’umano, cioè il rispetto della dignità di tutti e di ciascuno e, nel contempo, il perseguimento del bene comune come bene superiore al bene del singolo e pur sempre espressione del bene della persona.
Il bene comune non è infatti la somma di interessi individuali, bensì è il bene della società in quanto composta di persone, perché la socialità non si aggiunge all’individualità, ma con essa costituisce il tutto inscindibile della persona.
La città come organismo vivente
Ebbene, tale convinzione è alla base del personalismo che, per questo, si definisce comunitario e si caratterizza come pluralista, e porta a concepire la città – ecco la cifra di La Pira “politico” – come comunità squisitamente umana, cui attribuire un ruolo “umanistico”.
La Pira configurava infatti la città come “organismo” e, in quanto tale, destinata a crescere, a svilupparsi nella coerenza di una “identità”. Così Le città sono vive, come suona il titolo di una sua raccolta di saggi degli anni Cinquanta, conserva un grande significato anche oggi.
La Pira vi insiste sul senso della città non come agglomerato urbano, bensì come comunità di persone, radicate «negli elementi essenziali della città», per dire che «in una città un posto ci deve essere per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), un posto per lavorare (l’azienda), un posto per pensare (la scuola), un posto per guarire (l’ospedale)».
E – quel che più conta – non si tratta di una somma di elementi, bensì di una realtà organica capace di offrire alle persone una dimora comune che affratella.

