Venezia, 5 mag. (askanews) – Piove, dopo giorni di sole, sulla prima giornata di pre apertura della Biennale Arte 2026, “In minor keys”, progettata da Koyo Kouoh e realizzata poi da un team curatoriale di suoi assistenti. Piove ed è probabilmente giusto così, sia per un tributo di malinconia alla curatrice scomparsa improvvisamente un anno fa, lei che è stata la prima donna africana chiamata come direttrice della Biennale, sia per il clima di polemiche feroci che ha accompagnato la gestazione della manifestazione, legate principalmente alla decisione del presidente della Fondazione della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, di riaprire alla partecipazione della Russia con il proprio padiglione nazionale, che era chiuso dall’inizio della guerra in Ucraina. Il ministro della Cultura e con lei tutto il governo, con la premier Meloni, si sono schierati contro questa scelta, ma Buttafuoco, che è stato scelto da questa maggioranza, non ha mai cambiato idea. Oggi il padiglione della Russia ha aperto, ha ospitato delle performance e delle opere video, oltre che molti fiori. Quando la Biennale aprirà effettivamente al pubblico non sarà più possibile entrare all’interno, ma le opere video presenti saranno comunque visibili dall’esterno, attraverso le vetrate. Altri nodi complessi hanno riguardato la presenza di Israele, con un suo padiglione, ma anche quella degli Stati Uniti, accusati anch’essi di violenze di guerra. E l’Iran, alla fine, ha scelto di non partecipare.
Una Biennale da mondo in conflitto, insomma, che negli ultimi giorni ha vissuto anche il trauma delle dimissioni dell’intera giuria e ha dovuto annullare la cerimonia di premiazione del 9 maggio per spostarla a novembre, all’ultimo giorno di apertura al pubblico, quando verranno assegnati i Leoni dei visitatori, sulla base proprio dei voti del pubblico. Piove, si diceva, e viene da pensare che, in effetti, non poteva essere altrimenti.
Eppure la Biennale va avanti e ci appella allo spirito fondativo dell’istituzione veneziana “basato sull’apertura, sul dialogo e sul rifiuto di ogni forma di chiusura e censura. La Biennale vuole e si conferma luogo della tregua in nome dell’arte, della cultura e della libertà artistica”. Questo il presupposto su cui Buttafuoco ha costruito il progetto, questa la postura con la quale oggi si aprono gli spazi dell’Arsenale e dei Giardini, anche se di arte fino a ora non si è praticamente mai parlato.
Eppure “In minor keys” è una Biennale che fa quello che una mostra di questo tipo dovrebbe fare, ossia guarda alle manifestazioni più vive del sistema dell’arte, accoglie territori, fisici e mentali, che a lungo sono stati esclusi da un discorso occidentale-centrico, guarda alla pratiche che ragionano concretamente sul presente e, ancora più nello specifico, riflette su parole come speranza, spiritualità, futuro. Nell’andare lontanissimo, e lo sappiamo, uno dei temi di polemica è stata anche l’assenza di artisti italiani dalla mostra internazionale, i protagonisti scelti da Koyo Kouoh parlano di comunità, agricoltura, bisogni reali così come di storia, di schiavismo e oppressione, di libertà e cambiamento, di metodi per de-colonizzare il pensiero. Nell’andare lontanissimo tornano, in fondo, alle radici dell’umano, al senso di fare arte, certo, ma anche solo di essere abitanti di questo pianeta terra. “Portami dove sono già stata”, diceva la poetessa Anna Toscano: la sensazione è che questa Biennale, utilizzando linguaggi diversissimi, compia esattamente questo percorso: aprire spazi che sono riferiti a un “noi”, attraverso pratiche e opere d’arte che arrivano da culture “loro”, che la storia ha tenuto a lungo “in tono minore”, ma che sono parte della condizione umana che riguarda tutti, a prescindere dalle geografie. Luoghi dove siamo già stati, ma che forse possiamo guardare con una prospettiva diversa.
Ci sono artisti che utilizzano la struttura della seduta spiritica, altri che creano vestiti rituali e propiziatori; ci sono film che raccontano la storia di un Robin Hood africano e alberi d’ulivo che ruotano sulla loro base; c’è tanta pittura, soprattutto nel rinnovato Padiglione centrale, e ci sono tante grandi installazioni all’Arsenale, che utilizzano la scienza e la tecnologia, ma che guardano come primo soggetto all’essere umano. C’è perfino una vera fattoria, dove si coltiva con i principi di una agricoltura sociale e partecipativa e ci sono opere colossali che vogliono dire una sola cosa: amicizia. Ci sono sculture dedicate ai capelli e divinità femminili che si apprestano a riemergere dalla laguna, ci sono vasi fatti con la terra che conteneva il sangue degli schiavi e progetti sui mercati di seconda mano in Africa o che hanno una forte componente scientifica. A qualcuno non piacerà, qualcun’altro dirà, come sempre, “già visto”, altri ancora sentiranno il senso di novità e di freschezza che, in un modo cupo, questa Biennale cerca, faticosamente, di portare. Dopo mesi di silenzio sarebbe bello se si cominciasse a ragionare su quello che “In minor keys” propone, a prescindere dalle scelte politiche che stanno dietro l’esposizione. “Questa mostra – ci hanno spiegato dal team curtoriale – vuole e deve avere un’anima e vuole entrare in contatto reale con i visitatori, anche a livello di sentimenti”. Partire da questo sarebbe già un grande risultato, oggi. (Leonardo Merlini)
