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lunedì, 12 Gennaio, 2026
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Aprire a Mosca? Venti di guerra al Nazareno: i riformisti contro Bettini

Le parole del dirigente dem sulla Russia riaccendono lo scontro interno. Politica estera come linea di faglia identitaria, mentre l’ala riformista è chiamata a un chiarimento che nessuno osa chiamare rottura.

Può reggere a lungo un partito nel quale la dialettica interna assume toni da contrapposizione frontale, quasi irrimediabile? È questo il quesito che torna ad affacciarsi nel Partito Democratico, ogni volta che la politica estera — e in particolare la guerra in Ucraina — diventa il terreno su cui si misura non solo una linea internazionale, ma l’identità stessa del partito.

La faglia riaperta

Le parole di Goffredo Bettini, affidate a un’intervista al Fatto quotidiano, hanno avuto l’effetto di riaprire una faglia mai davvero ricomposta. Il giudizio sull’azione della delegazione Pd in Europa, il richiamo a un pluralismo interno “troppo divaricante”, la difesa del ruolo di Elly Schlein come argine a uno slittamento verso politiche “aggressive e di destra” e, soprattutto, l’affondo contro quanti ritengono che con la Russia si possa dialogare solo con le armi, hanno trasformato la politica estera in politica interna. Ancora una volta.

I riformisti sul piede di guerra

Le reazioni lo confermano. C’è chi, come Roberto Morassut, invita a non deformare ogni riflessione sulla necessità di un’iniziativa europea per la distensione e la pace in un regolamento di conti interno. Ma dall’area riformista la risposta è durissima. L’eurodeputato Giorgio Gori legge nell’impostazione di Bettini una strategia precisa: allontanare il Pd dalla matrice del socialismo europeo, sovrapporlo al Movimento 5 Stelle, isolare — se non espellere simbolicamente — chi ha condiviso coerentemente le posizioni del Partito del Socialismo Europeo. Altro che confronto sereno.

“Un partito di destra”: Orlando non drammatizza

Ancora più esplicite le parole del senatore Filippo Sensi, che parla apertamente del rischio di trasformare il Pd, sul tema ucraino, in un partito “di destra”, più sensibile alle ragioni del Cremlino che a quelle di Kyiv. Una linea che, avverte, non passerà. Sulla stessa lunghezza d’onda Pina Picierno, che arriva a mettere in discussione la stessa legittimità democratica di quelle affermazioni.

Più prudente Andrea Orlando, secondo il quale le parole pronunciate da Bettini “non sono un delitto di lesa maestà” ma “una mera fotografia dei fatti”, tale da rendere urgente una discussione vera sulla politica internazionale e sul ruolo dell’Europa. È qui che il nodo si stringe. Nessuno, a parole, vuole la rottura. Ma la distanza tra le posizioni appare tale da rendere sempre più difficile una sintesi che non sia puramente procedurale.

Il nodo politico: si avvicina il redde rationem?

L’ala riformista — nella quale si riconoscono in larga parte gli ex Margherita — è chiamata a scelte tutt’altro che semplici: subire una linea percepita come ambigua sul piano europeo e atlantico, o forzare un chiarimento che rischia di diventare l’ennesimo muro contro muro. La domanda iniziale, allora, torna con maggiore forza: è davvero plausibile che un partito possa vivere a lungo con una dialettica così accentuata al proprio interno, senza che prima o poi qualcuno decida di trarne le conseguenze politiche?

Il Pd continua a rinviare la risposta. Tuttavia, ogni rinvio rende il nodo più stretto e difficile da sciogliere, se non con un taglio. Si avvicina il redde rationem?