È assai probabile che di qui a non molto del generale Roberto Vannacci e del suo “Futuro nazionale” si parlerà molto meno. Quei suoi argomenti, così estremi e così urticanti, sollecitano per un po’ il tifo (e lo sdegno) delle curve, ma poi lasciano il passo a considerazioni politiche più improntate al senso comune. Per fortuna, viene da dire.
Il sintomo di un malessere più profondo
Resta il fatto che, in questi giorni, invece, l’argomento è fin troppo caldo. Su questo, invece, varrebbe la pena di riflettere: è il segno che, sotto la coltre delle sue abitudini, tradizioni e pigrizie, la politica italiana cova un malessere di cui non si viene facilmente a capo e che, ogni tanto, alimenta il movimentismo e le parole d’ordine più estreme, a destra come a sinistra.
Il fiammifero e la prateria
Il caso Vannacci ci ricorda che, alle volte, basta un piccolo fiammifero a incendiare tutta una prateria. Il punto è che noi dovremmo badare di più alla prateria e cercare, se possibile, di presidiarla e metterla al riparo. Invece, ci lasciamo abbagliare da quel fiammifero, salvo scoprire poi che il suo effetto deflagrante non promette mai niente di buono e che, per fortuna, le sue conseguenze sono quasi sempre meno delle sue promesse e minacce.
Illusioni speculari
Così, per qualche giorno, sentiremo il malumore della destra, timorosa di vedersi sottratti un po’ dei suoi voti più estremi, e un paradossale buonumore della sinistra, convinta che il generale stia aprendo una breccia dalla parte opposta. Alla fine, però, si scoprirà che la prateria è rimasta quasi quella di prima e che il fiammifero s’è subito spento lasciando dietro di sé una scia di colore nero pece.
Fonte: La Voce del popolo – 5 febbraio 2026
[Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]
