Basilea, 17 giu. (askanews) – La sezione Unlimited è tradizionalmente una delle più affascinanti di Art Basel: dedicata alle opere di grande e grandissimo formato, quelle che non penseremmo facessero parte di una fiera, da sempre ha un respiro museale importante. E, anche questa una consumata abitudine, la grande opera che accoglie subito i visitatori è di solito molto potente e d’impatto. Non fa eccezione neanche l’edizione 2026: l’installazione di Chris Burden “L.A.P.D. Uniforms” è un pezzo importante, che, soprattutto al giorno d’oggi, mantiene una grande attualità e ci ricorda quanto Burden, con la sua vena radicale, fosse in grado di leggere la realtà, senza essere didascalico. Addentrandosi nel grande spazio della fiera di Basilea, però, quella sensazione di necessità che le uniformi ci avevano trasmesso evapora rapidamente, la grandezza dimensionale dei lavori sembra spesso fine a se stessa, gli spunti perdono di evidenza e radicalità e la sensazione, poco a poco, diventa quella di trovarsi all’interno di qualcosa di auto-compiaciuto, un piccolo mondo chiuso nel quale, ci accorgiamo, mancano i temi del presente: clima, diritti, libertà… Come se la stanchezza avesse prevalso.
Certo, ci sono lavori che si sollevano dal grigiore, per esempio una grande installazione di Theaster Gates concepita per Tokyo, oppure un lavoro di Edith Dekyndt disturbante e ambiguo, c’è una performance di Goshka Macuga, sempre intellettualmente stimolate, ma non bastano per trascinare l’intera esposizione. E la sensazione è che manchi la vera contemporaneità, perché Burden è ormai un classico storicizzato e l’altro grande progetto che incontriamo è di Thomas Ruff, anch’egli non certo un debuttante, con le sue fotografie sgranate che ricordano i 25 anni dell’11 settembre. La loro grandezza è indiscutibile, così come la loro forza anche politica, ma intorno? Poco, e soprattutto poco desiderio, questa forse è la cosa più triste.
Le cose però cambiamo dall’altro lato della Messeplatz: nella sezione Zero 10, più piccola e dedicata all’arte digitale, c’è tutta un’altra atmosfera, qui si sente fremere la voglia di nuovo, a prescindere dalle opere in sé, è prima di tutto il contesto a essere diverso. Anche in questo caso l’opera che fa da porta d’ingresso è molto forte: un lavoro su tre scherni di John Gerrard, ma la differenza è che intorno l’energia non cala, anzi. Ci sono anche in Zero 10 i grandi nomi: Hito Steyerl o Andreas Gursky, ci sono gallerie importantissime come Hauser & Wirth o Esther Schipper, ma qui, sì, il desiderio è tangibile, così come la voglia di spingersi oltre. E questo rende tutto più vivo e interessante. (Leonardo Merlini)
