Autonomia differenziata, una riforma che dimentica la solidarietà.

In ossequio al contributo di Sturzo allo sviluppo delle autonomie territoriali, è bene sottolineare che il principio di sussidiarietà è inseparabile da quello di solidarietà. L'autonomia differenziata si muove in direzione opposta.

L’autonomia differenziata è legge. Da quando il 19 Giugno la Camera dei Deputati ha licenziato in via definitiva il testo, poi (a scanso di equivoci sottolineiamo “giustamente”) promulgato dal Presidente Mattarella data l’assenza di profili di incostituzionalità palesi, nel nostro Paese è sorto un acceso dibattito sul tema, purtroppo caratterizzato per lo più da slogan che invecchiano male (vedi chi diceva “Mattarella non deve firmare”) e che, soprattutto, non mettono in evidenza le reali insidie che si nascondono nella nuova Legge quadro.

Inoltre, nel fragore della levata di scudi generale, sono emerse non poche contraddizioni in quanto Destra e Sinistra si trovano oggi a condannare tesi e proposte che loro stesse avevano fortemente sostenuto, generando di riflesso un dibattito mediatico confusionario che distoglie colposamente, e pericolosamente, l’attenzione dai pericoli che accompagnano la riforma.

In effetti, dietro alla neo-legge si nascondono elementi allarmanti che potrebbero effettivamente portare, già nel breve periodo, ad un incremento delle differenze tra Nord e Sud. Tutte le più autorevoli Istituzioni che si sono espresse in materia, infatti, hanno ritenuto sostanzialmente certo un sensibile aumento di detto divario.

Nel dettaglio, ad avviso sia dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio sia della Banca d’Italia l’estrema frammentazione generata dall’autonomia potrebbe ridurre drasticamente la già “scarsa” competitività del nostro Paese, specie volgendo lo sguardo a quelle materie per le quali è richiesto, perlomeno, il coordinamento nazionale; si pensi a titolo meramente esemplificativo alle politiche del lavoro. In quest’ottica, l’autonomia differenziata, porterebbe inevitabilmente all’aumento della pletora di autorizzazioni che le aziende dovrebbero ottenere dalle diverse regioni e si complicherebbero le procedure burocratiche per progetti che riguardano più regioni.

Per dovere di completezza va detto che la cosiddetta “Questione Meridionale” e il drammatico divario tra Nord e Sud Italia, non nasce certo con l’autonomia differenziata, anzi, accompagna l’Italia sin dalla nascita del Regno nel 1861. Proprio per l’annosità del problema i promotori della riforma sostengono che l’autonomia contribuirebbe, usando impropriamente un termine pedagogico, a “responsabilizzare” gli amministratori locali, esaltando i buoni amministratori ed al contempo evidenziando le lacune di quelli meno “capaci”.

Si voglia tuttavia notare come codesta affermazione, ripetuta come un mantra dagli “autonomisti”, non trovi appigli né nella letteratura scientifica né, soprattutto perché “historia magistra vitae”, nella storiografia. In effetti, stando ai dati, spesso colposamente offuscati dai già menzionati slogan, l’unico periodo, dalla nascita della Repubblica ai giorni nostri, in cui il gap tra Nord e Sud si è ridotto, è stato quando ci fu una governance “accentrata” degli investimenti per il Meridione. Il riferimento va ovviamente alla Cassa per il Mezzogiorno, dalla sua fondazione nel 1950 fino alla prima metà degli anni Settanta. In quel ventennio, in cui la Cassa era guidata da un C.d.A. di tecnici indipendenti dalla politica, il Pil pro capite delle regioni meridionali aumentò di quasi 10 punti percentuali avvicinandosi a quello del resto del paese. Purtroppo, come noto ai più, questo sviluppo virtuoso, si interruppe a partire dagli anni Settanta, quando le Regioni del Sud furono coinvolte direttamente nella gestione della Cassa, che subì sempre più pressioni della politica tali da renderla inefficace. 

Ovviamente questo richiamo storico non vuole assolutamente essere un elogio incondizionato al “centralismo” a scapito del pur fondamentale principio di sussidiarietà, al contrario! Noi, in ossequio al prezioso contributo di Luigi Sturzo alla costruzione ed allo sviluppo delle autonomie territoriali, sentiamo il dovere di sottolineare che il principio di sussidiarietà sia, per sua natura, inseparabile da quello di solidarietà e che ogni qual volta, ragionando per compartimenti stagni, i due principi dovessero essere singolarmente valorizzati alla stregua di “monadi isolate”, la storia ci insegna che l’unico effetto ipotizzabile sarà quello di un grave impoverimento del tessuto sociale ed economico del Paese tutto. 

Dunque, posti al cospetto di un Paese che già oggi presenta laceranti diseguaglianze tra Nord e Sud nei servizi essenziali alle persone, in particolare nell’ambito Sanitario, risulta necessario intervenire per invertire la tendenza. In primo luogo sarebbe necessario investire ingenti risorse nella Sanità, limitando così il fenomeno incivile della c.d. “emigrazione sanitaria”. In secondo luogo, sarebbe altrettanto doveroso iniziare un percorso per ridurre le diseguaglianze tra le due estremità dello Stivale incrementando gli investimenti nel Mezzogiorno, magari attraverso l’implementazione di un sistema ispirato alla virtuosa “fase 1” della Cassa del Mezzogiorno. 

L’autonomia differenziata si muove “ahinoi” in direzione diametralmente opposta, in quanto, alimenta un terreno favorevole al futuro aumento delle fratture del Paese, consentendo alle Regioni “più ricche” maggiori margini di spesa e riducendo i fondi da destinare in modo solidaristico a Regioni “più povere”. 

Di fronte alle concrete preoccupazioni sin qui paventate per il futuro del nostro paese, occorre evidenziare da un lato l’iniziativa di alcune Regioni (in particolare Campania, Toscana e Emilia Romagna) tesa a richiedere l’indizione di un referendum abrogativo per la Legge n.86/2024; dall’altro funge da contraltare la richiesta già presentata dalla Regione Veneto per accedere all’autonomia nelle 9 materie per le quali non è necessario che lo Stato stabilisca prima i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep).

Si tratta di azioni che non ci sorprendono affatto, ma che, se lette in combinato disposto ai risultati delle ultime elezioni comunali, mostrano in “controluce” e alimentano quel pericoloso clima di divisione politica e amministrativa che affligge il Paese anche a causa delle diseguaglianze che già intossicano la vita di milioni di Italiani, minando all’Unità della Repubblica ed al concetto stesso di Cittadinanza.

Il tutto è drammatico, ma lo è ancor di più se si pensa che questa Riforma non trae origine dall’incontro di visioni e pensieri, bensì da un “pactum sceleris” privo della necessaria aspirazione alla solidarietà ed alla coesione nazionale.