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lunedì, 26 Gennaio, 2026
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Campo degasperiano: se non ora, quando?

Il ruolo dei Popolari nella costruzione di un’area riformatrice oltre il bipopulismo. Come ricordava Moro, il centro “o è riformatore, o non è”. Un centro di tipo conservativo è destinato all’irrilevanza.

Con l’approssimarsi della fine del primo mese del nuovo anno, tentiamo un bilancio, ancora a cavallo tra 2025 e 2026, da una prospettiva popolare. Partiamo da tre antefatti e una precondizione determinante.

Tre antefatti e una precondizione

Primo antefatto: lo scorso 10 ottobre 2025 Calenda e Marattin hanno presentato 10 proposte congiunte per la Legge di Bilancio, annunciando la volontà di costruzione di un polo liberale, riformista e popolare, fuori dal bipopulismo all’italiana.

Secondo antefatto: il dibattito sul centro ha “un elefante nella stanza”. La pregiudiziale è che, essendoci stata in quella posizione la DC, non potendosi “rifare la DC”, non può esistere il centro politico.

Il falso storico sul centro politico

In realtà, se esiste “un popolo”, e cioè chi guarda a dei valori e a delle idee (promemoria: Terzo Polo all’8% nel 2022), ed esiste un gruppo che organizza l’offerta politica, allora la questione cambia radicalmente.

L’obiezione secondo cui, essendo esistita la DC, oggi non può esistere un centro politico è un falso storico. Nessuno propone un’“operazione nostalgia”, ma una cultura politica non scompare nel nulla perché un partito che l’ha incarnata non esiste più. Soprattutto se ricorrono le due precondizioni poc’anzi citate: l’esistenza di un popolo (consenso nel Paese) e di un’organizzazione (partito) con un’offerta politica.

L’esperienza campana: un segnale da leggere

Terzo antefatto: alle scorse Regionali di fine novembre in Campania, un movimento di matrice cattolica, PER (Per le Persone e le Comunità), con il contributo di un altro movimento d’area, “Insieme”, ha preso posizione fuori dai poli. Una scelta audace che va sostenuta, riportando un buon risultato, seppure sensibilmente inferiore alle Regionali del 2020.

È facile pensare che abbia prevalso la polarizzazione dell’elettorato. Ma siamo sicuri sia così? In un contesto regionale dove l’affluenza si è fermata al 44,10%, risultando quindi un voto che possiamo definire di “apparati” (il plurale è d’obbligo), non appare il voto d’opinione il problema – e quindi la polarizzazione – bensì un radicamento ancora parziale nel territorio, forse qualche sbavatura comunicativa, e lo stesso fatto che il voto sia stato prevalentemente d’apparato.

I Popolari davanti al bivio

I Popolari, cosa possono fare in questo scenario? Le alternative sono quelle che ci si presentano da un po’ ormai: contare poco nei due poli, destra-centro e campo largo, oppure provare a ritessere un polo popolare, liberale e riformista, contribuendo a una formula che potremmo definire “campo degasperiano”.

Il centro come forza riformatrice

C’è una importante precondizione su questo fatto politico. Come l’on. Giuseppe Gargani spesso ci ricorda, citando Moro, “il centro o è riformatore, o non è”. Viceversa, potrebbe risultare repulsivo per gli elettori, rischiando l’immagine del cane da guardia delle élite.

Da qui la necessità di un’agenda riformatrice chiara.

Sanità, lavoro, territori: i nodi dell’agenda

La sanità resta il primo banco di prova: senza risorse adeguate per i LEA (livelli essenziali di assistenza) e senza una governance efficace ed efficiente, ogni discussione sull’autonomia rischia di produrre diseguaglianze.

Su economia e lavoro, il tempo della compressione salariale come fattore competitivo è finito: robotizzazione e intelligenza artificiale impongono risposte politiche, non slogan.

Come da lezione sturziana, sul territorio il principio di sussidiarietà va tradotto in riforme concrete degli enti locali, partendo dal ritorno alle Province come enti elettivi e superando tanto il centralismo quanto le derive iper-federaliste, affrontando senza dogmi il tema dei servizi pubblici. Come diceva Ciriaco De Mita, ciò che conta è la garanzia dei diritti alla persona, non l’ideologia del modello gestionale.

L’Europa come vero spartiacque

Infine, la politica estera segna il vero discrimine. O il ritorno a un mondo di imperi e zone d’influenza, o il rilancio di un ordine multilaterale fondato sul diritto. In questa prospettiva, l’Europa non può più rinviare il salto verso una reale integrazione politica, approdando a uno Stato federale e dotandosi di una politica estera e di difesa comuni.

È arrivata l’ora di recuperare lo spirito delle origini, ritornando a essere Comunità, ma superando l’approccio gradualista che già Schuman enunciava nella Dichiarazione del 1950:

“[…] l’Europa sorgerà da realizzazioni concrete, che creino anzitutto una solidarietà di fatto”.

Abbiamo bisogno di una nuova, vera e propria (coraggiosa) fase costituente europea.

È giunto il momento

Un “campo degasperiano” non nasce per sommatoria elettorale, ma per chiarezza di visione. I Popolari possono svolgere un ruolo importante, dialogando con liberali e riformisti senza ambiguità. Fuori da questo orizzonte restano sovranismi, massimalismi e populismi di ogni segno.

Se non ora, quando?

 

Giuseppe Vecchione

Coordinatore provinciale Avellino

Tempi Nuovi – Popolari Uniti