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domenica, 15 Febbraio, 2026
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Casa di Comunità: o integra davvero, o è solo una nuova insegna

La riforma rischia di restare formale se non cambia il lavoro quotidiano: integrazione significa processi condivisi, responsabilità comuni e percorsi lineari per l’utente, non semplici coordinamenti amministrativi.

Nuova insegna, vecchie separazioni

La connessione tra cure e interventi alla persona viene spesso data per scontata, come se bastasse un buon assetto istituzionale.

Il rischio, però, è concreto: in molte regioni la Casa di Comunità prende forma come adempimento e “configurazione minima”, con forte eterogeneità territoriale e l’effetto di riprodurre separazioni già note tra filiera clinico-assistenziale e servizi di welfare locale. L’unità formale non basta: si possono definire perimetri e coordinamenti interistituzionali e continuare comunque a produrre processi separati, frammentati e monospecialistici.

Questa distorsione – una vera e propria patologia cognitiva – nasce dalla convinzione che sia sufficiente mettere in ordine le carte per ottenere il lavoro integrato. Ma la connessione reale tra ambito delle cure e area sociale non nasce dagli organigrammi: nasce dal lavoro quotidiano, dalla condivisione di informazioni, priorità e responsabilità e dalla riduzione di passaggi e tempi.

È una visione “classica” dell’organizzazione che sopravvaluta competenze formali e atti amministrativi come se fossero predittivi dei risultati e, nel frattempo, sottrae attenzione al punto decisivo: il coordinamento operativo che tiene insieme i pezzi.

Il criterio decisivo: la vita dellutente

Assumere il punto di vista dell’utente impone un criterio più esigente: integrazione significa percorso lineare. Vuol dire ottenere ciò che serve con il minimo di passaggi, spostamenti, operatori e attese, senza dover riattivare ogni volta nuovi interlocutori e nuovi accessi. Se questa continuità manca, il servizio resta una sommatoria di frammenti: la presa in carico è promessa, non esperienza.

La prova è nella pratica

La Casa di Comunità può essere lo strumento abilitante di una presa in carico integrata solo se crea, in modo stabile, un lavoro comune tra cure primarie, specialistica e interventi socio-assistenziali. In concreto significa disporre di uno spazio condiviso in cui valutazioni, informazioni, priorità e responsabilità non “passano” per invii successivi, ma vengono costruite insieme.

Se, invece, il modello si riduce a contenitore o a front-office di smistamento (invio–attesa–avvio del percorso), questo punto di incontro resta marginale: le aree si toccano ma non si saldano e il cittadino continua a fare da ponte tra mondi debolmente connessi.

Perché questa interdipendenza operativa sia strutturale, il setting distrettuale di prossimità va progettato come un’organizzazione di processo: regole comuni di accesso e stratificazione, valutazione multidimensionale e piano unico, interoperabilità informativa, équipe stabili, connessioni operative con servizi comunali e rete territoriale. Solo così i passaggi diventano fluidi e gli interventi possono essere attivati con tempi allineati.

In mancanza di questi presupposti, l’ambizione riformatrice si riduce a gesto simbolico: una nuova insegna su vecchi silos. Più offerta percepita, stessa frammentazione subita.