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Centrosinistra, Schlein replica a Conte: "Così non funziona". Nel Pd temono stop a primarie

Roma, 3 ago. (askanews) – Stavolta Elly Schlein risponde: “così non funziona” dice a Giuseppe Conte. E basta questo a far capire quanto la segretaria democratica abbia apprezzato le uscite del leader M5s sul “nodo Ucraina” da “sciogliere alle primarie”. Ce ne vuole per spingere la leader Pd ad abbandonare la sua linea “zen”: è successo solo un’altra volta, nel 2024, quando sempre l’ex premier andò all’attacco sulle inchieste che coinvolgevano esponenti del Pd pugliese e si sfilò dalle primarie del centrosinistra a Bari.

La leader Pd ha trasformato in un mantra la sua linea “testardamente unitaria” ma la mossa del leader 5 stelle ha fatto scattare l’allarme non solo tra i “riformisti” della minoranza Pd. Perché quel rilancio sul no alle armi all’Ucraina e l’uso delle primarie come ‘resa dei conti’ tra linee opposte rischia di fare molti danni. Soprattutto, molti anche nella segreteria del partito si chiedono se l’obiettivo di Conte non sia quello di rendere impraticabili le primarie per poi portare a scegliere il leader con un “tavolo” politico, come già qualche settimana fa aveva ipotizzato. Di sicuro, “una risposta andava data”, spiega un dirigente del partito.

Quel che è certo è che mettere da parte le primarie sarebbe la soluzione ideale per tanti nel Pd, nella convinzione che una conta di questo tipo possa fare molto male. E’ lungo l’elenco di quanti hanno più volte suggerito di pensarci bene, da Romano Prodi a Walter Veltroni, Massimo D’Alema, Goffredo Bettini. Ma lo stesso pensano da Avs, che infatti già lo scorso marzo, quando Conte aprì alle primarie subito dopo la vittoria del no al referendum sulla giustizia, dissero subito che era meglio parlare di programma.

Chi non ci pensa proprio a rinunciare alle primarie è proprio Schlein. La leader dem da tempo ha detto che la leadership non si sceglie ad un tavolo tra segretari di partito ma con le primarie o “come fa la destra”, cioè contando i voti dopo le elezioni. Sistema che premierebbe lei, stando ai sondaggi. E la sortita di Conte ha fatto scattare l’allarme, perché appunto un segnale lo aveva già mandato qualche settimana fa dicendo che “oltre alle primarie ci sono altri modi, per esempio – come già sperimentato nelle elezioni regionali – si sceglie il candidato più competitivo per vincere”.

Per questo la frase di ieri è sembrata una mossa pericolosa nel Pd, enfatizzare le divisioni, trasformare le primarie in una conta tra due visioni incompatibili è il modo migliore per dare forza a chi sostiene la tesi del “terzo nome”, appunto il ‘metodo delle regioni’ evocato proprio da Conte. Non a caso uno dei primi a uscire sull’argomento è stato Matteo Renzi, al momento forse il più convinto sostenitore della Schlein: “Ci sono due idee di sinistra. Andiamo alle primarie e che vinca il migliore”, insiste l’ex premier, precisando: “Con un patto di ferro da sottoscrivere prima: il giorno dopo tutti insieme. Altrimenti non sono primarie ma è una presa in giro”.

Riccardo Magi, Più Europa, è drastico: “Se il tavolo sul programma, che dovrebbe essere un momento di sintesi politica tra le forze che compongono la coalizione, sarà sostituito dalle primarie, ancorando indissolubilmente il programma della coalizione a quello del candidato o della candidata premier, allora noi non ci stiamo perché non può funzionare, sarebbe un gioco al massacro”.

La stessa segretaria Pd, poi, ha voluto fissare un paletto: “Non funziona così”, ha risposto a Conte. “Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito”. E Francesco Boccia, uno dei dirigenti Pd più in confidenza con Conte, ha aggiunto: le “divisioni” nel centrosinistra hanno già “regalato” la vittoria a Giorgia Meloni nel 2022, quella “lezione” è già stata “pagata” con una sconfitta ed è chiaro che “il nostro avversario non è chi condivide il cammino per costruire un’alternativa” ma “la destra”.

Una replica che soddisfa solo in parte i riformisti Pd, che ieri con Giorgio Gori avevano mandato un quasi-ultimatum: “L’alleanza sì, testardamente, ma non a qualunque costo. Sostegno all’Ucraina e sicurezza dell’Europa non sono negoziabili”. La risposta della segretaria, spiega uno dei parlamentari della minoranza, “va bene perché rimette Conte al posto suo. Ma evita di chiarire che le armi a Kiev non si discutono”.

Ma l’escalation ha preoccupato anche Avs, per motivi diversi. I rosso-verdi temono un’accelerazione verso i gazebo proprio come risposta alla mossa di Conte. Nicola Fratoianni cerca di minimizzare parlando di “incidente agostano”, ma poi avverte: “Non è che chi vince le primarie, ammesso che le primarie ci siano, comanda e decide il programma. Prima delle primarie è obbligatorio avere un programma condiviso”.

Un clima che complica ancora di più anche il passaggio di mercoledì, quando la Camera voterà sullo scostamento di bilancio. Pd-M5s-Avs cercano di capire se sarà possibile una risoluzione unitaria, ma come spiega un parlamentare dem “molto dipenderà da Giorgetti. Se non citerà il Safe potremmo farcela, rimanendo sul piano economico. Altrimenti vedremoà”. Perché lo scostamento potrebbe servire anche a finanziare il Safe, che M5s e Avs rifiutano e che invece il Pd apprezza nell’ottica degli investimenti comuni per la difesa europea.

Fratoianni si dice ottimista, è convinto che la sintesi si troverà “come si è trovata nelle regioni”. Ma nel Pd la preoccupazione sale, perché man mano che si avvicinano le elezioni il gioco si fa duro e qualcuno teme che possa finire appunto come nel 2022, il precedente ricordato da Boccia e anche da Maria Elena Boschi: “Dobbiamo evitare l’errore del 2022, quando le divisioni nel centrosinistra spalancarono le porte a Giorgia Meloni”.