Il “personaggio” Donald Trump – ovvero il suo esagerato modo di porsi – con tutto quello che ne consegue quanto a prepotenza, arroganza, cialtronaggine, rischia di fuorviare le analisi relative ai reali e non improvvisati obiettivi che, almeno sul piano geopolitico, la sua Amministrazione si propone di conseguire.
Oltre Trump, la strategia
A differenza che nel primo mandato, ora alle spalle del tycoon – che poi la interpreta alla sua maniera, inclusi i repentini stop & go cui ormai ci ha abituati – v’è una strategia elaborata nel tempo dai think tank del neo radicalismo conservatore americano e questa consiste – detta in termini essenziali – nel rendere predominante il potere politico ed economico degli USA nel mondo, ritenuto in calo a causa del multilateralismo predicato ed esercitato durante gli anni di Obama (e ripreso poi da Biden).
Cerchiamo dunque di ragionare a prescindere dal “personaggio” Trump e guardiamo alla sostanza.
Dalla Cina alle sfere di influenza
E quale è la principale differenza di natura geopolitica rispetto al “Pivot to Asia” del carismatico presidente democratico? Anche Trump ritiene quello con la Cina il confronto decisivo ai fini della supremazia mondiale – militare, economica, tecnologica – ma pensa di poterlo vincere in una logica “spartitoria”, quella delle “sfere di influenza” territoriali/geografiche. Se ciò, per qualsiasi ragione, non fosse possibile è comunque essenziale che gli Stati Uniti si garantiscano – rafforzandosi per affrontare al meglio il possibile scontro con Pechino – un totale controllo della loro porzione di mondo, che è l’America: da nord a sud, dalle rotte artiche alla Terra del Fuoco antartica.
La Dottrina Monroe aggiornata
La Dottrina Monroe, così tanto citata in queste ultime settimane, del resto non era che la dichiarazione esplicita di cosa intendessero gli USA per proprio “interesse nazionale”: la protezione del continente americano da qualsiasi possibile invasore. Al tempo l’avviso era indirizzato agli europei. Oggi, al mondo intero. Ma, in particolare, a russi e, soprattutto, cinesi.
Osservato sotto questo punto di vista il “Corollario Donroe” riprende la Dottrina Monroe e la adatta al tempo presente. L’intero continente americano viene posto sotto la tutela di Washington, protetto dai due oceani e ora nella necessità di proteggersi anche da possibili incursioni provenienti dallo spazio aereo (un problema che non si poneva, al tempo di Monroe). Come nel 1823, nessuna nazione latinoamericana viene consultata in merito a questa idea, e neppure il diritto internazionale può opporvisi, secondo la logica neo-imperiale del trumpismo.
Le capitali che la accettano sono apprezzate, le altre dovranno acconciarsi ad accettarla: con le mitigazioni e i compromessi del caso, se necessario. Ma la sostanza deve essere quella. È in questa logica, ferrea – evidentemente discutibile, ma razionale – che bisogna analizzare le parole e le azioni di Trump. Non per caso guidate da un Segretario di Stato di origini cubane e dunque coinvolto anche emotivamente nell’attuazione di questa politica.
Caraibi, Panama e sicurezza americana
Ora, si guardi su un mappamondo il Mar dei Caraibi. Il Venezuela a sud, Cuba e poi la Florida a nord, il centro-America con Panama a ovest. Il Mar dei Caraibi è cruciale per la sicurezza statunitense. Circa il 50% di import ed export USA approda nei porti della Louisiana e del Texas nel Golfo del Messico provenendo dall’Atlantico e transitando per lo Stretto di Florida, che separa lo stato più meridionale degli USA dalla grande isola caraibica. Golfo del Messico per parte sua collegato al Mar dei Caraibi dallo Stretto di Yucatan, fra Messico e Cuba. Facile comprendere la strategicità di tutta l’area, per Washington.
Il Canale di Panama venne realizzato a partire dal 1904 attraverso un lembo di terra già appartenuto alla Colombia e controllato dagli Stati Uniti tramite un contratto d’affitto a lungo termine. I lavori vennero realizzati con finanziamenti statunitensi e sotto la supervisione ingegneristica parimente statunitense.
Oltre e al di là dei clamorosi vantaggi economici nel trasporto navale che esso avrebbe garantito, un’altra valutazione aveva spinto il Presidente Theodore Roosevelt a finanziare l’opera. Il controllo del Canale avrebbe impedito a qualunque forza navale che non fosse quella a stelle e strisce di operare liberamente in quell’area marittima. E così è stato.
Ma da quando nel 1977 il Presidente Carter (con una decisione di alto contenuto morale, come nelle caratteristiche della sua personalità) ha ceduto allo Stato di Panama la sovranità del Canale a far data dal 1° gennaio 2000, superando così la concessione perpetua al tempo in vigore, la situazione è andata progressivamente evolvendosi in una direzione meno vantaggiosa per gli USA. Divenendo addirittura pericolosa, ai loro occhi, in questo nuovo secolo, in coincidenza con l’imperioso sviluppo cinese.
Venezuela, Cuba e la partita finale
Non è dunque un caso se Trump ha subito denunciato gli eccessivi costi per il transito nel Canale imposti a suo dire alle navi statunitensi nonché l’eccessiva presenza cinese, che controllerebbe così il traffico navale del Canale; e quindi se ha minacciato – è il suo stile – il governo panamense di riprendersi il Canale se questa pervasiva presenza cinese non dovesse diminuire drasticamente.
Dopo Panama, il Venezuela. Indubbio l’interesse economico, petrolifero nel caso. Indubbia altresì la pretestuosità – ancorché non campata per aria: un problema di narcotraffico esiste realmente – accampata per l’intervento che ha detronizzato Maduro conducendolo in un carcere di New York. Ma qui è l’aspetto geopolitico che ci interessa.
Il Venezuela è infiltrato dai russi e vende(va) petrolio ai cinesi. E questo il “Corollario Donroe” non lo può consentire. Ma Caracas è decisiva soprattutto in relazione a Cuba. Perché è Cuba, soprattutto, che questa presidenza ha posto nel mirino. E la guida delle operazioni è di Marco Rubio, che si giocherà molte delle sue future ambizioni presidenziali in questa partita.
Anche Rubio…
Quell’area marina intorno a Cuba non può essere controllata che dagli Stati Uniti perché, come detto, essa è decisiva per i commerci americani. Cuba dista solo 90 miglia dalla Florida. È evidente l’interesse che per tutto il XX secolo, da Roosevelt a Kennedy, gli USA hanno mostrato per la più grande delle isole caraibiche.
Ora, è dal suo punto di vista comprensibile che America First voglia perseguire un cambio di regime a L’Avana. Non lo si dice apertamente, ma si opera per favorirlo. Possibilmente con la partecipazione della popolazione cubana.
Ecco perché, dopo Panama e dopo il Venezuela, arriverà Cuba. Con prudenza, ma arriverà. Il come è un tema aperto. Il quando è prevedibile: entro la conclusione del mandato di Trump. Soprattutto se Rubio vorrà puntare a divenirne il successore.
