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Corpi in trincea: il sintomo del tempo

Disturbi alimentari in aumento e sempre più precoci: tra pressione sociale, fragilità dei servizi e nuove disuguaglianze, il corpo diventa il campo di una crisi collettiva.

Numeri che accusano

I disturbi del comportamento alimentare non sono più un fenomeno laterale. Sono una crepa profonda del nostro tempo. In Italia coinvolgono 3,5 milioni di persone e, rispetto al periodo pre-Covid, fanno registrare un aumento del 35%. Ma il dato più allarmante è un altro: l’età di esordio scende fino a 8-9 anni. Il disagio non aspetta più l’adolescenza tarda: arriva prima e colpisce prima.

Il disturbo si allarga

Anche la geografia clinica è cambiata. L’anoressia riguarda circa il 30% dei casi; il restante 70% si distribuisce tra bulimia, binge eating e forme atipiche in crescita. Aumenta intanto la componente maschile, che arriva al 20%. Non riguarda più una minoranza riconoscibile: è il riflesso di una società che ha fatto del corpo una prova permanente, qualcosa da controllare, correggere, mostrare.

La dittatura dell’immagine

In una recente intervista al Corriere della Sera, Stefano Erzegovesi mette a fuoco il nodo: bambini e adolescenti sono sempre più esposti a modelli di bellezza artefatti che deformano la realtà. Ma qui non è in gioco solo l’estetica. È in gioco un intero ordine simbolico che riduce il valore di una persona a peso, misure, definizione, performance. Il corpo smette di essere esperienza e diventa sorveglianza. Smette di essere casa e diventa tribunale. E quando il riconoscimento sociale passa quasi solo dall’immagine, il sintomo alimentare può diventare l’esito più duro di una pressione continua.

Servizi fragili, famiglie scaricate

Di fronte a questa escalation, la risposta pubblica continua a essere insufficiente e profondamente diseguale. La mappatura censisce 232 realtà complessive, di cui 176 centri di cura, concentrati soprattutto al Nord: 85 al Nord, 36 al Centro e 55 tra Sud e Isole. Il risultato è un accesso alle cure segnato da squilibri evidenti: posti letto insufficienti, liste d’attesa troppo lunghe, percorsi di presa in carico che arrivano spesso tardi. Così molte famiglie sono costrette a ripiegare sul privato oppure restano sospese in una terra di mezzo fatta di costi, sfinimento emotivo e solitudine. Quando il welfare arretra, la cura smette di essere un diritto pienamente garantito e rischia di diventare un affare per chi può permetterselo. È qui che la sofferenza clinica si intreccia con le disuguaglianze sociali: le famiglie con più risorse reggono meglio; le altre rischiano di arrivare tardi o di restare escluse. Il disturbo alimentare diventa così anche una questione di classe, di territorio e di cittadinanza sanitaria. Sul piano normativo, il riconoscimento esiste: i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione rientrano nei LEA e alcune prestazioni sono a carico del Servizio sanitario nazionale. Ma proprio qui si apre il problema. Conclusa la fase del Fondo nazionale dedicato 2022-2024, quel riconoscimento non si è ancora tradotto in un dispositivo stabile, strutturale e permanente di finanziamento della presa in carico. Le risorse restano assorbite nella programmazione sanitaria ordinaria e nel più ampio capitolo della salute mentale. È da questo scarto che nasce la frattura più grave: il diritto alla cura è sancito sul piano formale, ma la sua concreta esigibilità continua a dipendere dal luogo in cui si vive, dall’organizzazione dei servizi e, troppo spesso, dalla condizione sociale della famiglia.

Oltre il luogo comune
Bisogna saper leggere i segnali: isolamento, rituali a tavola, ossessione per il cibo, sbalzi d’umore, ritiro sociale. Non sono capricci, né fasi passeggere. Sono patologie complesse, ma anche lo specchio crudele di un tempo che educa all’esposizione e lascia soli nella fragilità.

Un modello collettivo che impone la perfezione, moltiplica gli specchi e impoverisce i legami, non genera soltanto disagio: fabbrica solitudine. E quando la solitudine si insedia nel quotidiano, può diventare devastante.