Il passato aiuta sempre a capire il presente. Giuliano l’Apostata tentò, nel IV secolo, la rigenerazione dell’Impero romano attraverso il ritorno ai culti pagani. Non fu un gesto religioso, ma un progetto politico: ricompattare un mondo in trasformazione appellandosi a un passato idealizzato, percepito come più solido e più “romano”. La storia non gli concesse tempo. Non perché mancasse di intelligenza o di coerenza, ma perché quel mondo non esisteva più. Gli idoli non bastarono a fermare il corso del tempo.
La tentazione della restaurazione
Il paragone con Donald Trump non va forzato, ma può essere illuminante se usato con misura. Anche l’America trumpiana tenta oggi una peculiare forma di restaurazione, evocativa di una nuova età dell’oro. Per questo fa anch’essa un uso strumentale della religione. Anche di essa. Di fronte alla globalizzazione, al multilateralismo, alla fine dell’egemonia, la risposta non è l’adattamento creativo a un mondo interdipendente, bensì il brutale richiamo a un’America mitizzata, mai realmente esistita nei termini dell’ideologia che prova ad evocarla.
Mito identitario e scorciatoia populista
Per altro, Trump non è un imperatore filosofo come Giuliano l’Apostata; è un leader populista, figlio della democrazia mediatica e plebiscitaria. E tuttavia il percorso presenta una somiglianza strutturale: l’illusione che il passato, una volta “restaurato” a beneficio di un portentoso riscatto ideale e materiale, possa funzionare come scorciatoia per governare un presente diventato complesso e faticoso. In entrambi i casi, il mito viene chiamato a sostituire una corretta strategia di rilancio.
La differenza è evidente: Giuliano era minoritario e verticale; Trump è maggioritario e orizzontale. Ma la tentazione è la stessa. Pensare che simboli forti, parole d’ordine identitarie e gesti di rottura possano rimpiazzare la paziente costruzione di nuovi equilibri. Quando questo accade, la restaurazione non rafforza l’ordine, bensì lo indebolisce. E soprattutto radicalizza il confronto che sta alla base del pluralismo. La politica si fa prova di forza, la mediazione diventa tradimento, il dissenso viene delegittimato. È così che la democrazia entra in crisi: non all’improvviso, con un colpo di mano, ma per saturazione.
Radicalizzazione e crisi democratica
Qui sta il punto decisivo. La radicalizzazione non è un accidente collaterale: è l’esito coerente di un progetto che promette rigenerazione e produce polarizzazione. La conseguenza è una democrazia più fragile, esposta alla tentazione dell’“uomo forte” e alla riduzione delle garanzie, proprio mentre la società richiederebbe istituzioni più robuste e cooperazione più ampia.
C’è però un controcampo che conta. Negli Stati Uniti cresce, giorno dopo giorno, il disagio verso questo modello autoritario: nelle università, nei media, nelle professioni, nelle istituzioni. Gli anticorpi democratici – federali, giudiziari, civili – non sono scomparsi. È una buona notizia, perché ricorda che la storia non si ripete mai in automatico: propone schemi, non destini.
Resta in ogni caso la lezione. Quando una grande potenza prova a rispondere alle sfide del presente con una fantasmatica evocazione del passato, non arresta affatto il declino; al contrario, senza avvedersene nell’immediato, finisce per accelerarlo a causa del disordine che ne consegue. Saprà l’America uscire da questa bolla di fondamentalismo “à la Julien”?
