Il bersaglio sbagliato
L’ossessione per Trump è un comodo alibi. Personalizzare il problema serve a non vederlo. Trump non è l’evento, ma l’effetto collaterale di un processo molto più profondo: la riconfigurazione silenziosa delle istituzioni, delle relazioni sociali e delle forme del potere.
Mentre questo processo avanza, i progressisti continuano a comportarsi come se bastasse la riprovazione morale. Redarguiscono, ammoniscono, si indignano. Risultato: appaiono fuori tempo, quasi comici. Il campo di gioco è cambiato, ma loro insistono con le regole di prima.
Oltre destra e sinistra
Ciò che prende forma non coincide con la destra storica. È altro. Una tecno-destra che non ha bisogno di ideologia, né di consenso organizzato. Non mobilita popoli, gestisce flussi. Non promette futuro, lo anticipa.
La disaffezione dal voto non nasce dalla convinzione che i politici siano “cattivi”, ma dal fatto che votare non sembra incidere più. Come molti riti svuotati, sopravvive per inerzia, non per necessità. Le decisioni vere maturano altrove.
Quando la tecnica diventa potere
Nel Novecento la grande frattura attraversava Stato e Mercato. Oggi la linea di faglia è tra Tecnica e Umano. L’intelligenza artificiale non è soltanto un moltiplicatore di potenza: è una forma inedita di autorità.
Nessuno — nemmeno i suoi ideatori — sa spiegare come prenda decisioni. Conta il risultato, non il processo. Non c’è trasparenza, né responsabilità democratica. I dati si concentrano, il potere si addensa. In poche mani.
L’atto di fede tecnologico
Alla domanda se l’IA potrà un giorno spiegare se stessa, i tecnologi rispondono che non accadrà. Bisognerà fidarsi. Come con il Dio di Kierkegaard, l’accesso passa per un atto di fede.
La promessa è seducente: prevedere senza comprendere. Ma è qui che si consuma il paradosso decisivo. In nome del progresso si ritorna a un mondo pre-illuminista, opaco, governato da una divinità digitale che non chiede consenso né comprensione. Come ricordava Umberto Eco: è così e basta.
La posta in gioco democratica
Se la tecnica diventa destino e il potere rinuncia a spiegarsi, la democrazia non muore per colpo di Stato, ma per irrilevanza.
Per una cultura come quella che anima Il Domani d’Italia, la questione non è demonizzare la tecnica, né indulgere alla nostalgia, ma ricollocare il primato dell’umano, della responsabilità, della decisione pubblica. Senza questa fatica — politica, culturale e morale — il post-umano non sarà una scelta, ma una consegna. E la democrazia, un ricordo amministrato.
