«DATE A CESARE…LETTERA DI UN CATTOLICO». NEL 1945 FELICE BALBO SCRIVEVA AL DIRETTORE DE «IL POLITECNICO».

«Cosa significa oggi dare a Cesare? Cosa è il nuovo vero di questo eterno vero?» Questo sottotitolo dava già il senso della lettera che il cattolico Balbo aveva indirizzato a Elio Vittorini, fondatore de «Il Politecnico», alla fine della II guerra mondiale.

Felice Balbo

Vogliamo ricordare, a premessa del testo qui ripubblicato, che la lettera di Felice Balbo, accolta nella prima pagina del 3° numero del “Politecnico”, rispondeva all’invito lanciato nel primo numero da Elio Vittorini, intellettuale marxista poi “scomunicato” da Togliatti. Nel suo editoriale – “Per una nuova cultura” – si poteva leggere questo passaggio saliente.

“Io mi rivolgo a tutti gli intellettuali che hanno conosciuto il fascismo. Non ai marxisti soltanto, ma anche agli idealisti, anche ai cattolici, anche ai mistici. Vi sono ragioni dell’idealismo o del cattolicesimo che si oppongono alla trasformazione della cultura in una cultura capace di lottare contro la fame e le sofferenze? Occuparsi del pane è ancora occuparsi dell’anima. Mentre non volere che occuparsi dell’anima lasciando a Cesare, di occuparsi come gli fa comodo del pane e del lavoro, è limitarsi ad avere una funzione intellettuale, e dar modo a Cesare, (o a Donegani, a Pirelli, a Valletta) di avere una funzione di dominio sull’anima, dell’uomo. Può il tentativo di far sorgere una nuova cultura che sia dì difesa e non più di consolazione dell’uomo, interessare gli idealisti e i cattolici meno di quanto interessi noi?”.

LE LETTERA DI BALBO

Caro Vittorini,

le tue esigenze sono anche le mie come anche quelle di tutti gli uomini di oggi. Perciò rispondo con gran gioia un sì al tuo appello per la nuova cultura. Ma proprio in quanto cattolico non posso più permettere – nessun cattolico dovrebbe più permettere – che la parola evangelica del «date a Cesare» continui ad essere intesa apertamente e inconsciamente come «lasciate fare a Cesare», con la conseguenza di occuparsi solo della nostra anima e di lasciare che nella società degli uomini entri la belva. C’è oggi una grande chiamata per tutti gli uomini di buona volontà e in particolare per noi cattolici: far sì che la parola data sia la parola data e non lasciata. Voglio dire insomma proprio quello che tu hai detto sulla cultura inutile che lascia entrare la belva nella società e sulla necessità di una cultura che «serva» invece di una cultura che «consoli»; ma voglio anche correggere certi pericoli delle tue parole in modo che l’importante di quello che dici giunga a tutti i miei fratelli di Fede. Ho da dire qualche cosa a tutti ma a tutti loro in particolare perché troppi proprio di loro si sono lasciati scappare il senso del dare a Cesare, il senso sempre vero ma anche nuovamente vero di questa parola, perdendo anche spesso il modo di dare oggi veramente a Dio quel che è di Dio.

Cosa significa oggi dare a Cesare? Cosa è il nuovo vero di questo eterno vero?

Cesare – nel vangelo – non è il Mussolini, il tiranno, l’autocrate, ma è il simbolo di ogni società civile, di ogni Stato.

Ogni Cesare è la società del lavoro che sta lentamente ma sicuramente sorgendo per opera delle forze progressive e della buona volontà.

E oggi – oggi appunto che Cesare è la società del lavoro – si comprende che dare a Cesare significa lavorare, obbedire all’autorità delle singole tecniche umane, lavorare in ogni campo specifico, in ogni laboratorio, in ogni officina, in ogni giornale, in ogni ufficio; lavorare nella politica del cittadino.

In senso comprensivo significa dare alla storia, alla società civile: nel caso nostro significa fare tutta la cultura della società, la nuova cultura della nuova società. Ma qui il problema si allarga.

Perché Vittorini è un marxista.

E voglio chiedere ai miei fratelli di Fede: ha ragione Vittorini quando dice che il Cristo ha avuto «influenza quasi solo nell’intelletto degli uomini?».

So bene che molti si allarmeranno a questa domanda, che a molti parrà persino blasfema.

Lo so bene, molti penseranno che questa frase significhi dichiarare la fine del Cristianesimo, il suo fallimento perché non ha salvato gli uomini.

Invece non è questo il senso vero di quelle parole: lasciamo per un momento quello che può aver pensato Vittorini, lui come lui, in se stesso, nella sua fede e vediamo proprio quello che dice. Dice che Cristo è stato un grande fatto di cultura e prima ha parlato di «cristianesimo latino» e di «cristianesimo medievale» e cioè di altri fatti di cultura.

In questo senso non ha torto, è naturale quello che dice: in quanto il Cristo è stato vero uomo (in quanto ha detto parole umane oltre che divine) non poteva non «fare cultura» come ogni altro uomo e così è cultura anche il cristianesimo latino e medievale e, come ogni cultura è legata al tempo e al luogo, era naturale che Cristo e il Cristianesimo si condizionassero come tutti gli uomini al tempo e al luogo e che si desse il loro nome a quell’epoca che più fu permeata dalla loro diretta e maggiore influenza umana.

Ma le culture cadono col tempo una dopo l’altra perché divengono insufficienti alle nuove conquiste e alle nuove costruzioni degli uomini, perché divengano via via sempre più incapaci di tener lontana la belva dalle case degli uomini.

Anche la «civiltà cristiana» è caduta, anche tutti i legami temporali delle parole di Cristo sono caduti: le condizioni obiettive (sociali, economiche, scientifiche ecc.) di allora non permettevano che una cultura degli intelletti, una cultura di singoli e di gruppi, e la civiltà cristiana – per quanto grande ed eterno è il suo fondamento profondo – fu, sotto questo aspetto, quello che le condizioni dei tempi permettevano e chiedevano.

Ma noi sappiamo che Cristo è vero uomo e vero Dio come il Cristianesimo è una comunità di uomini che è Chiesa, Corpo mistico di Cristo. Per questo Egli emerge infinitamente ed eternamente dalla storia degli uomini, dalla loro civiltà e dalla loro cultura e naturalmente dalla stessa «civiltà cristiana» latina e medievale.

Saremmo noi cristiani dei bestemmiatori se pensassimo di legare le sorti del Cristo della Chiesa del Cristianesimo a quelle della «civiltà cristiana latina o medioevale». Anzi saremmo eretici addirittura se ammettessimo anche soltanto questo: che il Cristo e la sua Chiesa abbiano veramente delle «sorti».

Per noi il Cristo – con la sua Chiesa e la sua stessa Liturgia – è il lievito eterno di ogni nostra azione buona, «umana», costruttiva.

Qual è allora il nostro compito di cristiani?

Dare a Cesare, lavorare in pieno per la società civile, per una cultura che serva alla vita associata degli uomini e li difenda nella loro pacifica vita.

E allora l’anima dimenticata per amore riemergerà pura e glorificante Dio in ogni tecnica, nella società dei suoi uomini affaticati. Daremo così a Dio quel che è di Dio.

Concludendo dobbiamo fare una domanda a Vittorini: dare alla società una cultura che serva – che serva evidentemente alla società – per difendere la vita degli uomini, vuol dire che la belva entra solo nello Stato, nell’economia, nelle tecniche, negli esercizi?

Non entra essa, senza parole, senza tecniche, nel cuore dell’uomo?

Tutti sappiamo che la belva entra nel cuore dell’uomo attraverso la disperazione. Non è l’operaio disperato che fa la rivoluzione.

Non è l’uomo che corre dietro ai sensi quello che lavora: egli si dissolve nelle parti del suo corpo e non può più adoperare le mani e il cervello secondo la sua volontà.

E allora?

E allora ci vuole la «consolazione» per l’uomo. Ma una consolazione giusta, quella che non lo insabbia nel piacere, nell’assassinio, nel fatalismo, quella invece che discaccia la belva della disperazione dal cuore. Quella del Cristianesimo che è la Chiesa eterna e non quella del «cristianesimo cultura».

Noi non sappiamo cosa farcene di una cultura che consoli, che faccia finta di essere Dio, che non dia a Cesare quel che va dato a Cesare, che non serva alla società per difendersi e lasci libera la belva daifascismi. Noi vogliamo costruire la nuova

cultura.

Ma noi sappiamo anche che senza dare a Dio quel che è di Dio l’uomo non può più fare nulla, nemmeno la cultura, perché non è più uomo, non esiste più come uomo.

F. Balbo, Lettera di un cattolico, in «Il Politecnico», anno 1, n. 7, 10 novembre 1945, p. 1.



La lettera è stata ripubblicata su “DemocraticiCristiani”, organo dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC), nel numero di novembre-dicembre 2022. Di seguito il link per accedere alla lettura integrale della rivista.