La sindrome di Stoccolma è quello stato psicologico per cui le vittime di un sequestro nutrono sentimenti d’affetto verso il proprio rapitore. Ultimamente, una parte della politica sembra affetta dalla sindrome di Mar-a-Lago, quella per cui ci si innamora di chi mette dazi sui propri prodotti, parlandone addirittura come di “opportunità per le imprese”. Per quanto questa posizione sia già di per sé paradossale, nei casi più gravi, si accompagna anche alla ricerca spasmodica di attenzioni da parte di chi ha definito gli europei come “parassiti”, cioè il Vicepresidente Usa Vance, caso anomalo di chi si è convertito al cattolicesimo dopo aver letto la “Città di Dio” di sant’Agostino ed evidentemente non ha ben compreso la visione della storia umana come una battaglia tra bene e male.
L’idea di fondo, molto italiana, è che allisciando il pelo alla leadership Usa, magari sperando che a Bruxelles la cosa non venga notata, si possano ottenere sconti sui dazi o corsie preferenziali per i prodotti made in Italy. Alberto Sordi non avrebbe saputo fare di meglio. Dall’altro lato del mondo, Trump è riuscito nella missione impossibile di mettere intorno a un tavolo sudcoreani, cinesi e giapponesi a discutere di come affrontare insieme la guerra commerciale in corso, un vertice semplicemente impensabile fino a qualche settimana fa. Nel piccolo mondo antico italiano, invece, basandosi sul discutibile principio di essere deboli con i forti, si pensa ad una strategia nazionale alternativa, senza Ue.
In questo contesto, bene ha fatto il Presidente Mattarella a ricordare come i dazi americani siano un “errore profondo” per cui “serve una risposta compatta, serena, determinata” da parte europea. Questo significa avere una visione e dare una linea politica, in un momento in cui si rischia di dividere ulteriormente non tanto le istituzioni europee quanto le pubbliche opinioni, i cittadini, le famiglie e gli imprenditori. Un gigante della politica europea contemporanea.
Con la firma di Trump, inizia un processo che, progressivamente, cambierà il volto dell’economia, con il rischio di colpire tutti, senza eccezioni. Alcune imprese vedranno ridotto il volume d’affari, magari fino a dover lasciare a casa i collaboratori. Chi si troverà senza lavoro non potrà più spendere, allargando a catena la macchia del disagio. Insomma, non si può non reagire uniti perché si pensa che non tutti esportino vino o comprino una Tesla. La realtà dura ce la ritroveremo seduta nel salotto di casa a chiedere il conto a noi e ai nostri figli. E tentare di risolvere il problema stendendo tappeti rossi a chi lo crea è un errore grave.