Questo incontro promosso dall’Istituto San Pio V e dall’Istituto Maritain rappresenta un primo approccio in vista di un più ampio lavoro di ricerca. Intanto ha riaperto una questione decisiva, che merita di essere approfondita. Riparto dalla provocazione formulata da Rita Padovano: l’attualità del pensiero di Jacques Maritain.
Per la mia generazione, Maritain è stato una lettura formativa. Anch’io, da giovane, ho attraversato Umanesimo integrale e i testi sui diritti dell’uomo, arrivando perfino a pensare a una tesi sul diritto naturale. Fu poi il mio maestro a suggerirmi un cambio di prospettiva: studiare il diritto naturale in Giuseppe Capograssi. Da lì nacque un innamoramento intellettuale che non si è mai esaurito. Ma questo non ha mai cancellato il debito nei confronti di Maritain.
Maggioranza e fondamento etico
Il nodo, allora come oggi, è questo: la democrazia può affidarsi esclusivamente alla volontà della maggioranza o ha bisogno di un fondamento etico che la preceda e la limiti?
Non è un nodo nuovo. Tocqueville lo aveva colto osservando l’America dopo aver fatto i conti con i disastri del giacobinismo in Francia. Il problema che lo inquietava era l’onnipotenza della maggioranza: il numero può davvero sostituire la qualità? Il fatto di essere maggioranza, solo per ragioni quantitative, può legittimare qualunque decisione?
La grande tradizione costituzionale – da Benjamin Constant in poi – ha risposto negativamente. La democrazia non è onnipotenza: è potere limitato. Il voto è uno strumento indispensabile, ma non un fondamento etico. Produce maggioranze temporanee, non verità morali.
Il Novecento e il rifiuto del positivismo
I totalitarismi del Novecento hanno mostrato in modo drammatico dove conduce l’abbandono di ogni limite etico. Non a caso, molti grandi giuristi europei rifiutarono il positivismo giuridico puro proprio quando il nazismo ne mostrava gli esiti estremi. Affidarsi soltanto al calcolo dei voti, alla forza del numero, significa aprire la strada all’arbitrio.
La democrazia vive di regole, ma anche di valori che non possono essere rimessi in discussione a ogni tornata elettorale. Questo era il cuore della riflessione di Maritain per la mia generazione: dopo i totalitarismi, riproponeva il problema del fondamento etico della democrazia.
Maritain nella storia
Jacques Maritain va letto non come un “puro filosofo”, ma come un laico cristiano profondamente immerso nella concretezza della storia. Ha inciso persino sull’azione sindacale cattolica francese – non senza resistenze e polemiche – proprio perché il suo personalismo non era astratto, ma operativo.
Del resto, alcune ricerche d’archivio in corso, promosse dall’Istituto San Pio V, stanno gettando nuova luce sul ruolo di Angelo Roncalli nelle vicende francesi del dopoguerra. I rapporti inviati a Tardini sono una miniera straordinaria. Roncalli seguì con grande attenzione il processo di ricostruzione della democrazia dopo la ferita di Vichy.
Laicità, politica e responsabilità
Roncalli, rispetto a Tardini, seguiva con rispetto l’impegno pubblico di Maritain. Quando si pose il delicatissimo problema della nomina dell’ambasciatore francese presso la Santa Sede, la figura del filoso emerse per autorevolezza culturale e limpidezza antitotalitaria. Era stato negli Stati Uniti, lontano da Vichy, ed era diventato un riferimento per la Francia libera: De Gaulle andò fino a New York per incontrarlo e convincerlo ad accettare l’incarico.
Non tutti, in Vaticano, erano favorevoli. Maritain appariva “troppo laico”. Eppure fu proprio la sua conoscenza profonda della realtà ecclesiale francese a permettere una mediazione decisiva nella delicata opera di riordino dei rapporti tra Chiesa e Stato, fino alla questione delle nomine episcopali. Qui emerge una lezione sempre attuale: come essere credenti restando fermamente laici.
Personalismo e attualità democratica
Il personalismo offre una risposta che resta valida. È nella persona che si esercita la scelta etica; ed è la persona a dare senso anche alla decisione collettiva. Senza responsabilità personale, la responsabilità collettiva si svuota.
Oggi viviamo una stagione in cui il voto d’opinione è marginalizzato a favore del voto di appartenenza, in senso molto stretto. Liste chiuse, leadership impermeabili e meccanismi di selezione opachi hanno espulso la persona dal processo democratico. Ma una democrazia senza responsabilità individuale non ha fondamento etico.
In questo senso, Maritain non è soltanto una figura storica. È una chiave per comprendere le fragilità del nostro presente e per riaprire una riflessione seria sul rapporto tra democrazia, etica e persona.
