Specialmente negli ultimi giorni che ci dividono dal referendum sulla riforma della giustizia, ho cercato di farmi un’idea ascoltando dibattiti, leggendo interventi, seguendo confronti televisivi e approfondimenti.
Una scelta maturata tra incertezze e approfondimenti
Non è stato semplice. Per chi, fortunatamente, non ha mai avuto problemi diretti con la giustizia, questo è un tema ostico, poco popolare, spesso tecnico fino all’incomprensibile. Eppure proprio per questo sarebbe servito un confronto serio, pacato, il più possibile sganciato dalle appartenenze politiche. Alla fine, però, una convinzione me la sono fatta: voterò Sì.
Non perché ritenga questa riforma perfetta. Non lo è. Alcuni aspetti potevano certamente essere scritti meglio, e personalmente resto molto perplesso su soluzioni come il sorteggio, che difficilmente rappresenta il punto più alto di una democrazia matura. Ma perché, dentro una riforma non impeccabile, vedo almeno un punto qualificante che considero giusto: la separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice.
Il nodo centrale: accusa e giudizio devono distinguersi davvero
È questo il nodo vero. In un sistema che si definisce pienamente accusatorio, è difficile spiegare ai cittadini perché chi accusa e chi giudica debbano appartenere allo stesso ordine, essere valutati nello stesso circuito, crescere nella medesima cultura professionale e, fino a oggi, avere come riferimento il medesimo Consiglio superiore della magistratura.
La distinzione delle funzioni esiste già, certo, ma qui si discute di qualcosa di più profondo: della credibilità dell’equilibrio tra accusa e giudizio.
Da cittadino, prima ancora che da elettore, faccio fatica a non vedere il problema. Se una persona finisce sotto inchiesta, ha diritto non solo a un giudice imparziale, ma anche a percepire quella imparzialità come effettiva, netta, visibile. E invece il dubbio che resta, almeno nell’opinione pubblica, è che tra pubblico ministero e giudice esista una contiguità culturale e professionale che può pesare, soprattutto nei casi più esposti mediaticamente.
Dopo titoli di giornale, talk show, ricostruzioni accusatorie presentate quasi come verità già accertate, non è irragionevole domandarsi se il giudice si trovi sempre nelle condizioni migliori per esercitare fino in fondo la sua terzietà.
Per questo considero la separazione delle carriere l’aspetto più serio e più convincente della riforma. Non è una vendetta contro la magistratura, non è un attacco alla sua autonomia, non è la “fine dello Stato di diritto”, come da più parti si continua a ripetere con toni che trovo eccessivi. È, più semplicemente, il tentativo di rendere più chiari i ruoli e più credibile il processo.
Le contraddizioni della politica e il riflesso delle appartenenze
Ciò che invece trovo francamente deludente è l’atteggiamento di una parte del centrosinistra. Non entro nella legittimità del dissenso: in democrazia è normale avere posizioni diverse. Ma qui colpisce soprattutto la contraddizione politica.
Per anni la separazione delle carriere è stata discussa, ipotizzata, in alcuni casi perfino accettata come possibile approdo riformatore. Oggi, improvvisamente, diventa una minaccia per la democrazia solo perché a proporla è il governo Meloni. È difficile non vedere, in questo rovesciamento, il prevalere della convenienza politica sul merito.
Ed è proprio questo il punto più amaro. Su una materia tanto delicata, che tocca l’equilibrio tra i poteri dello Stato e la vita concreta dei cittadini, ci si sarebbe aspettati una discussione meno ideologica e più onesta.
Invece ancora una volta sembra contare soltanto la logica dello schieramento: se una proposta la fa l’avversario, allora va respinta a prescindere. Anche quando, almeno in parte, riprende idee che fino a ieri non si consideravano scandalose.
I limiti della riforma e una conclusione senza illusioni
Aggiungo una riflessione ulteriore. In questi anni il vero sbilanciamento a favore della politica si è visto altrove, e in modo ben più pesante, ad esempio nel funzionamento della pubblica amministrazione locale, dove spesso i contrappesi si sono indeboliti e le catene di dipendenza gerarchica hanno finito per rendere molto più fragile l’autonomia dei ruoli tecnici e di garanzia.
Lì si è intervenuti profondamente, e non ricordo la stessa indignazione che oggi accompagna questa riforma. Anche per questo fatico a prendere sul serio certe improvvise conversioni garantiste o costituzionali a geometria variabile.
Quanto al sorteggio e agli altri meccanismi previsti, non nascondo le mie riserve. Le correnti, probabilmente, non spariranno per decreto. Anzi, tenteranno come sempre di riorganizzarsi e di sopravvivere. Sappiamo bene quanto il potere sia abile nel trovare nuove forme per riprodursi.
Ma proprio per questo non credo che il limite di alcune parti della riforma debba cancellarne il punto centrale e più condivisibile.
In conclusione, voterò Sì non per entusiasmo ideologico, ma per convinzione ragionata. Perché questa riforma, pur imperfetta, compie un passo che considero corretto: separare davvero chi accusa da chi giudica.
Ed è sconfortante constatare che una questione così seria, su cui sarebbe stato possibile un confronto più ampio e persino trasversale, sia stata invece risucchiata nella solita battaglia politica.
È questo che lascia l’amaro in bocca più della riforma stessa: l’incapacità della politica italiana di discutere nel merito, senza tifoserie, senza pregiudizi, senza l’ossessione di stare comunque e sempre contro qualcuno.
