Un dibattito nato sotto il segno della polarizzazione
Tra qualche settimana avremo l’onore di esercitare il nostro diritto democratico di scelta sulla nuova riforma della giustizia; tuttavia, il clima che si respira nel Paese è tutto fuorché onorevole.
Sin dal suo concepimento nella culla parlamentare, la riforma è stata vittima di fronti populisti opposti che hanno estremizzato le posizioni, rendendo impossibile un confronto sereno. Questa condizione non ha consentito di individuare soluzioni alte e condivise. È la prima sconfitta, imputabile in egual misura a maggioranza e opposizione.
Con l’avvio della campagna elettorale il dibattito si è ulteriormente inferocito. Da entrambe le parti sono arrivati commenti disdicevoli e fake news che non aiutano il cittadino a formarsi un’opinione autonoma.
Esiste un solo anticorpo contro questo virus bipopulista: leggere la riforma (qui il link per chi fosse interessato a seguire il mio consiglio). Gli articoli sono pochi: non si tratta di un impegno gravoso.
Cosa la riforma non risolve
Occorre anzitutto sfatare alcune false convinzioni. La riforma non affronta i problemi strutturali del sistema giudiziario italiano, come quelli riguardanti la certezza della pena, i tempi lunghissimi dei processi, la gogna mediatica per indagati non condannati, la tutela effettiva della presunzione di innocenza. Si tratta di questioni cruciali che restano sostanzialmente intatte.
La riforma non assoggetta la magistratura alla politica, né al Parlamento né al Governo. L’articolo 3 ribadisce che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, composto da magistrati della carriera giudicante e requirente.
Questo è un punto dirimente, spesso travisato: non si profilano derive antidemocratiche in stile ungherese. Il principio montesquieiano della separazione dei poteri resta pienamente salvaguardato.
Composizione dei consigli e equilibrio istituzionale
La quota dei componenti eletti dal Parlamento e nominati dal Presidente della Repubblica rimane pari a un terzo; i restanti membri sono scelti tra i magistrati.
La componente di origine politica resta dunque minoritaria, come avviene attualmente.
Consigli e funzioni vengono definitivamente separati: un magistrato inquirente non potrà più decidere sulla carriera di un magistrato giudicante e viceversa.
Questo principio non indebolisce l’autonomia, ma la rafforza: il giudicante non sarà più esposto all’influenza dell’inquirente e reciprocamente.
Si tratta di un assetto coerente con le democrazie liberali: separazione chiara dei poteri nelle istituzioni e, per analogia, “unbundling” nell’economia per evitare concentrazioni di potere.
Nessuna limitazione dell’azione investigativa
Il magistrato requirente non perde poteri né libertà d’azione. Se così fosse, si dovrebbe ammettere che l’appartenenza alla stessa categoria del giudicante gli conferisce oggi un vantaggio improprio, il che sarebbe incompatibile con i principi democratici.
La riforma non incide su tipologie di reato né sul perimetro delle indagini: nessuna inchiesta viene limitata.
Il nodo irrisolto della meritocrazia
Se i principi democratico-liberali non vengono intaccati, resta però una vittima potenziale: la meritocrazia.
Il sorteggio non costituisce un criterio meritocratico di selezione per ruoli istituzionali; rappresenta piuttosto un colpo al cuore del principio di competenza. L’idea appare come l’ultimo retaggio del grillino “uno vale uno”, già allegoricamente descritto da Orwell ne La fattoria degli animali.
Si sostiene che serva a ridurre il peso delle correnti, ma il rimedio rischia di essere sproporzionato. Non sarebbe stato preferibile rendere eleggibili magistrati prossimi alla pensione? Una soluzione simile avrebbe garantito competenza ed esperienza nei consigli e contribuito a spezzare i meccanismi di scambio di potere interni alle correnti.
Se l’opposizione avesse partecipato al confronto parlamentare con spirito costruttivo, avrebbe potuto incidere su questo punto; se la maggioranza avesse evitato uno scontro identitario con la magistratura, il testo avrebbe potuto essere migliore. Così non è stato.
Illusioni politiche e stabilità dell’esecutivo
È illusorio pensare che una vittoria del No comporterebbe le dimissioni dell’attuale esecutivo.
Se esiste una differenza netta tra centrodestra e centrosinistra in Italia, è che la destra non cade nel tafazzismo: quando si tratta di restare al governo, mantiene nervi saldi e fronte compatto anche nelle difficoltà.
In un clima dominato da slogan e contrapposizioni, il compito del cittadino resta quello più difficile e più nobile: comprendere, distinguere, decidere. Solo così il voto potrà tornare ad essere un esercizio di responsabilità democratica, non l’eco di una tifoseria.
