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lunedì, 2 Febbraio, 2026
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Dibattito Referendum – Separare per garantire: una riforma equilibrata

Perché il referendum sulle carriere non è una scorciatoia ideologica, ma una risposta ai limiti strutturali del processo penale e alle distorsioni dell’autogoverno della magistratura

Un confronto necessario, non una scomunica politica

Ho letto con attenzione l’intervento di Luigi Bisignani su Il Tempo (“Un Sì alla Meloni, un No al referendum” – Il Tempo, 25 gennaio)), che pone questioni non banali e meritevoli di un confronto serio. Proprio per questo ritengo utile, con spirito di leale dialogo, chiarire alcuni profili che, a mio avviso, nell’articolo risultano tecnicamente imprecisi o logicamente contraddittori.

 

Costituzione e contesto storico: un equilibrio non dogmatico

Il primo equivoco di fondo riguarda l’idea che la separazione delle carriere sia una “scorciatoia ideologica” o, peggio, una manomissione dell’architettura costituzionale. È vero, come ricorda Bisignani, che i Costituenti scelsero un modello unitario della magistratura; ma è altrettanto vero che quella scelta non fu dogmatica né immutabile, bensì il frutto di un equilibrio storico contingente, fondato su una fiducia – allora plausibile – nella neutralità del pubblico ministero come “magistrato imparziale”. Fiducia che l’evoluzione ordinamentale, culturale e concreta della funzione requirente ha progressivamente eroso.

Un processo ormai accusatorio

Negare oggi questo dato significa ignorare la trasformazione profonda del processo penale italiano, che non è più – da tempo e progressivamente – un processo inquisitorio temperato, ma un sistema dichiaratamente accusatorio, nel quale il pubblico ministero è parte processuale a tutti gli effetti.

Continuare a collocarlo nello stesso circuito di carriera del giudice non rafforza le garanzie: le indebolisce, perché introduce una commistione strutturale tra chi accusa e chi giudica, che incide non solo sull’imparzialità reale, ma – come insegna la giurisprudenza costituzionale ed europea – anche su quella “apparente”, altrettanto essenziale per la fiducia dei cittadini.

 

Accusa ed esecutivo: un rischio evocato, non dimostrato

Non convince, poi, l’argomento secondo cui la separazione delle carriere renderebbe il pubblico ministero una “lunga manus” dell’Esecutivo o della polizia giudiziaria. È un rischio evocato, ma non dimostrato.

Nei principali ordinamenti democratici occidentali – spesso richiamati come modelli – la separazione è la regola, non l’eccezione, e ciò non ha prodotto né la subordinazione dell’accusa al potere politico né la dissoluzione delle garanzie. Al contrario, ha reso più chiari i ruoli, più trasparenti le responsabilità e più controllabili gli abusi.

Il sorteggio nel CSM: strumento, non caricatura

Quanto al sorteggio per il Consiglio Superiore della Magistratura, definirlo una “roulette russa” significa confondere lo strumento con l’uso distorto che se ne teme. Il sorteggio non è chiamato a selezionare giudici “a caso” per esercitare la giurisdizione, ma a rompere un sistema di cooptazione correntizia che ha dimostrato, nei fatti, di non essere più in grado di autoregolarsi.

È una misura di riequilibrio, non di delegittimazione; una risposta imperfetta, forse, ma necessaria a fronte di un fallimento evidente del modello precedente.

 

I veri problemi” della giustizia e il nodo ordinamentale

Si afferma, infine, che il referendum distoglierebbe l’attenzione dai “veri problemi” della giustizia: durata dei processi, organizzazione degli uffici, qualità degli operatori. Ma qui il ragionamento si rovescia su se stesso.

Proprio perché questi problemi sono strutturali e persistenti, occorre intervenire anche sull’assetto ordinamentale che li alimenta. La separazione delle carriere non è una riforma salvifica, ma è una riforma coerente con un processo penale moderno e con un’idea liberale delle garanzie, in cui l’equilibrio tra accusa e difesa non sia solo proclamato, ma praticato.

 

Un Sì come scelta riformatrice, non di appartenenza

Votare Sì al referendum non significa “giurare fedeltà” a un governo, né rinunciare allo spirito critico. Significa, più semplicemente, riconoscere che l’attuale assetto ha mostrato limiti evidenti e che una democrazia matura non deve temere di correggere se stessa, anche – e soprattutto – quando si tratta di giustizia.

Avv. Gaetano Scalise

Presidente Comitato per il SÌ di Noi Moderati-Maie e responsabile giustizia di Noi Moderati