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Dieci ragioni per votare NO al referendum sulla giustizia

Le implicazioni costituzionali e politiche della riforma: equilibrio dei poteri, ruolo del Parlamento, funzionamento del CSM e rischi di una torsione plebiscitaria del sistema istituzionale.

Per doverosa chiarezza desidero esplicitare le 10 essenziali ragioni di metodo e di contenuto per cui al referendum voterò NO.

  1. Il metodo costituzionale e il ruolo del Parlamento

Una riforma costituzionale, ovvero della Carta che è alla base della nostra Repubblica e dei principi e delle regole della convivenza comune, non deve essere proposta da un Governo ma dal Parlamento e non può essere approvata delegittimandolo, come è avvenuto, non facendo discutere e votare nessun emendamento migliorativo, né della maggioranza né della minoranza.

È quindi evidente l’intenzione originaria di Meloni/Nordio di arrivare al referendum confermativo (previsto, come è noto, quando non si sia raggiunta la maggioranza dei 2/3 dei voti), immaginando un plebiscito popolare per aprire la strada alle elezioni anticipate (se non alla candidatura della Meloni alla Presidenza della Repubblica).

  1. Correnti della magistratura e riforma del CSM

Pur riconoscendo la degenerazione delle correnti (di per sé legittime come interpretazioni e orientamenti) della magistratura, ritengo che la soluzione non sia il sorteggio ma, come avevano proposto Bazoli, nostro capogruppo in Commissione Giustizia, e anche numerosi costituzionalisti, un diverso sistema elettorale nel CSM.

  1. Un disegno più ampio di riforma degli equilibri istituzionali

Non può sfuggire il collegamento di questa riforma della magistratura (non della giustizia) con la proposta del premierato, dell’autonomia differenziata, di uno spoil system scientifico e con la volontà, già annunciata da Nordio, di sottrarre la polizia giudiziaria all’autorità giudiziaria, ecc.

  1. Delegittimazione degli organi di controllo

La parallela delegittimazione degli organi terzi e di controllo (Corte dei conti, ANPAC, ecc.) e delle Authorities in genere conferma questa insofferenza verso gli organi terzi di controllo e verso il principio costituzionale del bilanciamento dei poteri.

  1. Separazione delle carriere già prevista

La separazione funzionale delle carriere è già prevista nella riforma Cartabia e, comunque, il passaggio tra diversi ruoli ha riguardato fino ad oggi una percentuale inferiore all’1% dei magistrati.

  1. Due CSM e rafforzamento dei PM

La creazione di due CSM, di cui uno rappresentativo dei soli PM, è contraddittoria con l’intenzione proclamata dai proponenti di ridurre il loro ruolo, perché porterà inevitabilmente a rafforzare notevolmente il loro potere.

Questa è la ragione (come ha bene illustrato il costituzionalista Pinelli) per cui nei Paesi dove le carriere sono separate i PM sono sottoposti al potere governativo.

  1. Assoluzioni e ruolo dei PM

Il fatto che circa la metà dei processi si sia conclusa con l’assoluzione degli imputati dimostra l’autonomia e l’imparzialità dei giudici. Dimostra anche, però, che talora (e lo sappiamo bene!) ci siano state ipotesi di colpevolezza e accuse infondate da parte di vari PM, ma certo questo referendum non risolve, e a mio avviso aggrava, il problema, rafforzando di fatto il ruolo dei PM.

  1. Azioni disciplinari e possibili correttivi

Per quanto attiene alle azioni disciplinari, la percentuale delle condanne ha riguardato il 49% delle azioni disciplinari avviate (80 nel 2024). Anche qui, comunque, una legge ordinaria potrebbe modificare, con eventuale rotazione o altro, la composizione delle sezioni disciplinari del CSM, come proposto da vari giuristi.

  1. Critica interna e ruolo del referendum

Come PD non dobbiamo però essere appiattiti acriticamente sulla posizione della magistratura, ma ricordare anche alcune patologie esistenti e impegnarci a correggerle con leggi ordinarie (penso alle gogne mediatiche, alla rivelazione del segreto d’ufficio, ai processi paralleli televisivi, ecc.). Patologie cui il referendum non dà risposte.

Ricordo anche che in Direzione, e non solo, abbiamo criticato gli anatemi lanciati dalla Segretaria e da altri verso chi, anche nel PD, la pensa legittimamente in modo diverso, pur sentendo noi il dovere di far riflettere sulle conseguenze politiche, e non solo tecniche, di modifiche così rilevanti di articoli della Costituzione, nonché dell’autonomia e indipendenza della magistratura come ordine.

Sia per rispettare il ruolo costituzionale del referendum (sono i cittadini i soggetti chiamati a esprimersi; i partiti possono e devono informare e orientare, ma non vincolare), sia perché dobbiamo evitare — visto che siamo il solo partito con opinioni diverse al suo interno — di dividere il nostro elettorato.

  1. I rischi politici della campagna referendaria

Alcune modalità e toni della campagna per il NO del PD e di alcuni magistrati non mi sono piaciuti, anche perché rischiano di creare un effetto boomerang. Non credo che al Pd convenga essere identificato con l’esito di un referendum. Non mi pare sia andata bene quando l’abbiamo fatto.

Certamente, però, non possiamo non rilevare che nel Governo e nella maggioranza sono tutti acriticamente per il SÌ, e quindi sono loro ad averlo reso una questione di schieramento politico.

Una partita decisiva

Dobbiamo quindi sapere che su questo referendum si gioca una partita politica rilevante e dalle conseguenze imprevedibili, anche per la indeterminatezza delle norme attuative.