Roma, 30 set. (askanews) – Dopo 23 anni, interrotti soltanto dal ritiro del 2011 e dal successivo ritorno contro lo Stato islamico, gli Stati uniti hanno completato oggi il ritiro delle loro forze militari dall’Iraq. Gli ultimi uomini e mezzi hanno lasciato la base di Erbil, nel Kurdistan iracheno, ultimo grande presidio americano nel Paese, chiudendo l’avventura militare avviata dopo l’invasione del 2003 e trasformata dal 2014 nell’operazione Inherent Resolve contro l’Isis.
“Oggi, gli Stati uniti e i nostri partner di coaqlizione hanno formalmente concluso l’Operazine Inherent Resolve in Iraq, in linea con la dichiarazione congiunta Usa-Iraq di settembre 2024 e gli interessi nazionali statunitensi”, ha comunicato il portavoce capo del Pentagono Sean Parnell, precisando che le forze della Coalizione hanno lasciato la Base aerea di Erbil.
“Non pensiamo di avere più bisogno dei militari lì”, aveva detto a luglio il presidente Donald Trump ricevendo alla Casa Bianca il primo ministro iracheno Ali al Zaidi. Washington aveva mantenuto negli ultimi anni circa 2.500 soldati in Iraq, rispetto agli oltre 170.000 presenti nel 2007, al culmine della guerra.
Il ritiro completa l’accordo raggiunto nel settembre 2024 dall’amministrazione di Joe Biden con il precedente governo iracheno. Il piano prevedeva una transizione in due fasi: la conclusione della missione della coalizione nel territorio federale iracheno e, successivamente, il mantenimento fino al settembre 2026 di una presenza nel nord dell’Iraq per sostenere le operazioni contro l’Isis nella vicina Siria. Baghdad aveva annunciato a gennaio il completamento dell’evacuazione delle basi nelle aree federali, compresa Ain al Asad, lasciando di fatto Erbil come ultimo punto operativo della coalizione.
Il Pentagono ha ribadito a luglio che Inherent Resolve dall’Iraq sarebbe terminata entro il 30 settembre, sostenendo che le forze di sicurezza irachene, compresi i peshmerga curdi, sono ormai in grado di assumere direttamente la guida delle operazioni antiterrorismo. Gran parte delle ultime centinaia di militari americani viene ridislocata in Giordania e in altri Paesi della regione, da dove Washington manterrà capacità di intelligence, sorveglianza e intervento contro l’Isis.
Non si tratta tuttavia della scomparsa di ogni presenza americana. Marines resteranno a protezione delle rappresentanze diplomatiche, mentre “contractor” continueranno ad assistere l’Iraq nella manutenzione degli F-16 e di altri sistemi militari di produzione statunitense. Gli Stati uniti conserveranno inoltre capacità di intelligence e sorveglianza nella regione utilizzabili, se necessario, anche sul teatro iracheno.
Per Baghdad il 30 settembre ha soprattutto un significato politico. Il portavoce del comandante in capo delle Forze armate Sabah al Numan ha assicurato che, concluso il ritiro, “non resterà un solo soldato straniero” sul territorio iracheno. Il governo ha preparato cerimonie per celebrare quella che presenta come la piena restituzione della sovranità nazionale, con un “congresso della sovranità” previsto il primo ottobre.
La partenza americana lascia però aperto il dossier più delicato per il governo Zaidi: le potenti fazioni armate sciite, molte delle quali legate all’Iran. Quando incontrò il premier iracheno a luglio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ricordò che tra febbraio e aprile le milizie filo-iraniane avevano condotto più di 600 attacchi contro cittadini e strutture americane in Iraq e accolse favorevolmente l’impegno di Baghdad a ricondurre tutte le armi sotto il controllo dello Stato.
Zaidi aveva inizialmente indicato proprio il 30 settembre come termine oltre il quale non vi sarebbe stata più “alcuna giustificazione” per l’esistenza di forze armate sottratte al controllo statale. Il processo si è però rivelato molto più complesso. Alcune fazioni hanno accettato di negoziare, mentre altre hanno escluso la consegna delle armi e il governo ha prospettato un percorso che potrebbe protrarsi fino alla metà del 2027.
Resta anche l’incognita dell’Isis. Il gruppo non controlla più territori come nel 2014, ma mantiene cellule clandestine soprattutto nelle aree desertiche e montuose. Washington sostiene che le forze irachene abbiano ormai capacità sufficienti per contenerlo, mentre dirigenti militari curdi temono che la perdita del sostegno americano nell’intelligence, nei droni e nella difesa aerea possa creare nuove vulnerabilità. Particolarmente controverso nel Kurdistan è stato il ritiro dei sistemi di difesa americani, dopo mesi di attacchi con missili e droni provenienti dall’Iran o attribuiti a gruppi filo-iraniani.
Il bilancio lasciato da oltre due decenni di presenza militare americana è pesantissimo. Dal 2003 sono morti circa 4.500 militari statunitensi. Sul versante iracheno, le stime del progetto Costs of War della Brown University indicano tra 186.700 e 210.000 civili uccisi direttamente nelle violenze della guerra, ai quali si aggiungono tra 48.300 e 52.300 militari e poliziotti iracheni e tra 36.800 e 43.900 combattenti delle forze avversarie. Considerando anche altre categorie, il bilancio complessivo delle morti dirette in Iraq è stimato tra circa 281.000 e 315.000 persone.
Enorme anche il costo finanziario sostenuto dagli Stati uniti. Secondo il Wall Street Journal, Washington ha speso oltre 1.700 miliardi di dollari nei 23 anni della sua presenza in Iraq, pari a circa 1.498 miliardi di euro al cambio attuale. Un “investimento” economico e militare iniziato con l’invasione del marzo 2003, giustificata dall’amministrazione di George W. Bush anche con l’accusa che Saddam Hussein disponesse di armi di distruzione di massa, arsenali che non furono mai trovati.
Gli Stati uniti ritirarono le loro forze nel 2011, ma tornarono tre anni dopo, su richiesta di Baghdad, quando l’Isis conquistò Mosul e vaste aree dell’Iraq e della Siria. Con la partenza degli ultimi reparti da Erbil si chiude ora anche quella seconda fase della presenza militare americana, mentre il rapporto tra Washington e Baghdad proseguirà attraverso la cooperazione bilaterale in materia di sicurezza, intelligence, addestramento ed equipaggiamenti.

