11.1 C
Roma
mercoledì, 11 Febbraio, 2026
Home GiornaleDopo mons. Savino, un approfondimento sull’impegno dei cattolici in  politica

Dopo mons. Savino, un approfondimento sull’impegno dei cattolici in  politica

Il nodo irrisolto dell’impegno cristiano nel tempo del nichilismo e della tecnica. Il nodo teoretico è questo:  proprio la tecnica dispiega la sua potenza in ambiti un tempo considerati impenetrabili.

Le considerazioni di mons. Francesco Savino ci offrono un contributo importantissimo alla riflessione che da tempo su queste pagine trova spazio. Del resto, Il Domani d’Italia è nato anche e soprattutto per offrire, nel vuoto della politica dei nostri tempi, uno spazio in cui riscoprire il senso di una presenza e di un impegno politico-culturale sopito, offuscato, dimenticato, ma di cui si avverte un bisogno sempre più urgente.

Condivido integralmente quanto mons. Savino ha scritto. Lo seguo da tempo e credo rappresenti un punto di riferimento essenziale per quanti abbiano a cuore le sorti del cattolicesimo politico e democratico: per la sua straordinaria umanità, per la profondità del pensiero, per la non comune capacità di cogliere la complessità delle questioni e, al tempo stesso, di motivare e stimolare culturalmente i suoi interlocutori.

Il magistero sociale come sollecitazione allimpegno

Condivido soprattutto la sollecitazione all’impegno politico che, per mons. Savino, promana dalle parole di Leone XIV e dai richiami alla Dottrina sociale, così come è stata costruita dalla Rerum Novarum in poi. Da essa sono nate esperienze, pensieri, progetti e soluzioni capaci di fare storia e di diventare riferimento anche per i non credenti, perché sempre orientati al Bene comune: non una semplice sommatoria di beni materiali, ma un Bene che attiene alla relazione umana e allo sviluppo della persona, sia nella dimensione individuale sia in quella relazionale e sociale.

Spesso si tende a sottovalutare o a derubricare l’importanza del contributo cattolico democratico. Eppure, una lettura rigorosa e priva di forzature ideologiche consentirebbe di coglierne con facilità la portata e la centralità in molti passaggi cruciali della storia contemporanea.

Una situazione paradossale

Avverto tuttavia una situazione paradossale, che diventa preliminare e pregiudiziale per riflettere meglio sui tanti aspetti evidenziati da mons. Savino sulla scia del Pontefice, e sulla quale occorre interrogarsi, come uomini di questo tempo e come cattolici.

Cerco di essere sintetico.

Da una parte viviamo un tempo in cui la portata delle sfide in campo – i “tempi nuovi”, direbbe Moro – è talmente decisiva, perché comporta implicazioni radicali sull’essere stesso dell’uomo, da richiedere una riflessione forte del “pensiero cristiano”. Uso questa espressione in senso ampio, per indicare la necessità di una riflessione non relegata all’ambito strettamente ecclesiastico o teologico, ma capace di partire da una visione teoretica per articolarsi poi nell’etica, nel diritto, nella politica, nella morale e nell’economia.

Sfide come quella dell’intelligenza artificiale, nuova declinazione della questione della tecnica che ha attraversato tutto il pensiero del Novecento, suscitano

inquietudini e preoccupazioni profonde. Lo nota puntualmente mons. Savino: a partire dalla messa in discussione della tradizione filosofica occidentale, in generale, e di quella cristiana, in particolare, si pongono le basi di un progetto – incubo per alcuni, sogno per altri – di superamento dell’umano, del rischio della sua irrilevanza o passività, della possibilità che l’uomo diventi superfluo, come già paventato da Hannah Arendt.

Nichilismo e dissoluzione della Verità

Dall’altra parte, però, non si riflette ancora abbastanza – o lo si fa solo tra addetti ai lavori “addottrinati” – sul significato profondo del nostro tempo, che è segnato filosoficamente dal venir meno della dimensione divina ed eterna e, con essa, dal venir meno di una Verità intesa come direzione, meta, finalità.

È il paradigma del nichilismo, nucleo essenziale del pensiero contemporaneo, come esito più o meno annunciato della modernità, o meglio di una certa idea di modernità.

Le conseguenze sono evidenti: senza un riferimento alla Verità, la politica degrada a mera gestione del potere, con lo Stato ridotto a strumento; il diritto si confonde con il suo mezzo – Giuseppe Capograssi direbbe “il mezzo del mezzo” – e si riduce a pura forza; l’economia perde il legame con la “casa” e diventa corsa sfrenata alla ricchezza individuale; la morale, priva di un orizzonte oggettivo di principi e valori, si trasforma in rivendicazione soggettivistica ed egoistica.

 

Tecnica, nichilismo e superamento dellumano

Come è stato possibile tutto ciò? Il problema è eminentemente teoretico. Quel paradigma filosofico ha trovato una convergenza – o è stato in qualche modo fatto proprio, come ha mostrato in pagine insuperabili Emanuele Severino – nell’apparato tecnologico.

Da questa perversa alleanza nasce la pretesa di agire senza limiti, oltre quel confine che nella tradizione occidentale era rappresentato dalla Verità o da Dio. La tecnica dispiega così la sua potenza in ambiti un tempo considerati impenetrabili, come il confine dell’umano, oggi non solo messo in discussione, ma, in alcune derive transumaniste, ritenuto necessario da valicare per approdare a una nuova forma di (super)umanità, lontana parente di quella fragile, difettosa e mortale cui apparteniamo.

Il nodo decisivo dellimpegno cristiano

Ecco allora il nodo: da una parte il nostro tempo pone sfide epocali che possono essere affrontate solo a partire da una prospettiva cristiana, che in estrema sintesi si può ricondurre alla triade fondamentale dell’etica sociale cristiana – carità, solidarietà, sussidiarietà; dall’altra, nello stesso momento storico, nega il fondamento teologico e antropologico di quella prospettiva.

Come riaffermare e riprendere una forma di impegno politico e culturale cristianamente ispirato in un tempo in cui sembra realizzarsi, in modo ancora più pervasivo, quell’età dell’irreligiosità occidentale analizzata da Augusto Del Noce?

Se non si scioglie questo nodo – studiando, riflettendo, discutendo, magari ripartendo proprio da due nomi giganteschi come Capograssi e Del Noce – ogni altro discorso rischia di rimanere retorico e velleitario.

Mario Sirimarco

Professore di Filosofia del diritto

Dipartimento di Giurisprudenza, Università di Teramo