È troppo presto per dire che la caotica rivoluzione trumpiana abbia già esaurito la sua forza distruttiva. Vi può anzi essere il timore che, proprio per il sospetto che nel mondo — e più ancora in casa, negli Stati Uniti — si cominci a pensarlo, il tycoon si inventi qualche nuova funambolica idea. In questi istanti, a tal proposito, il pericolo maggiore è un attacco all’Iran.
Troppo presto, sì, ma certo è che la sonora bocciatura dello strumento-principe con il quale il Presidente ha impostato la nuova politica estera americana — i dazi gestiti come una clava con la quale minacciare e, se del caso, randellare le altre nazioni, amiche o meno — è stata una brutta botta per Trump. La reazione furiosa, scomposta e confusionaria (dazi globali al 10%, no, anzi al 15% in un crescendo parossistico) con la quale ha reagito alla sentenza emessa dalla Corte Suprema, che lui invece immaginava di poter comandare a bacchetta, lo testimonia ampiamente.
Verso il 2028: il dopo-Trump comincia ora
Non è troppo presto per cominciare a pensare alle prossime elezioni presidenziali, novembre 2028. Ed è lo stesso campo del Partito Repubblicano a dircelo. Un campo nel quale, con una prudenza destinata a diminuire col trascorrere del tempo e a scomparire nel caso di una sconfitta alle elezioni di midterm, le diverse anime del movimento MAGA stanno cominciando a muoversi per posizionarsi al meglio quando le ostilità cominceranno ufficialmente.
E non è affatto detto che, per quel momento, pure l’anima nobile del partito — quella che ai tempi di Bush padre e figlio veniva definita portatrice di un “conservatorismo compassionevole” — non si risvegli dal torpore e dalla marginalità nella quale è stata costretta dall’arrivo del ciclone Trump durante gli anni di Obama.
Dubbi interni e limiti istituzionali
Nel partito, infatti, ma più ancora nel movimento generatore di America First, stanno emergendo dubbi sulla capacità di Trump di controllare razionalmente la situazione e l’enorme potere — che egli interpreta in modo radicale, ai limiti dell’autocrazia — attribuito dalla Costituzione alla figura del Presidente. Un potere sì enorme, ma non assoluto. E infatti la Corte Suprema, ancorché per due terzi composta da elementi conservatori, glielo ha impedito.
E anche trascurando i dubbi — concreti — sulle condizioni psicofisiche di Trump (le affermazioni sull’unico limite che egli si dà, la sua moralità, hanno preoccupato più di qualcuno) e sui possibili sviluppi del caso Epstein, che inquieta molti settori della coalizione MAGA, in specie quelli religiosi, è certo che i ragionamenti sul futuro stanno cominciando a farsi strada.
I nomi sono due: JD Vance, Vicepresidente. Marco Rubio, Segretario di Stato.
Vance: il volto duro del trumpismo tecnologico
Il primo è l’espressione dell’anima più dura del movimento MAGA. Senz’altro quello più ostile all’Europa, ancor più di Trump. Anche a causa del suo stretto legame con Big Tech. Il suo mentore è, come noto, Peter Thiel, che già in tempi non sospetti immaginava di sostituire la democrazia con la potenza della tecnologia. E ora Vance ha con sé pure Elon Musk: dapprima lo ha convinto, dopo la rottura con Trump, a non fondare un suo partito e successivamente a riallacciare rapporti — pur precari — col tycoon.
Egli gode inoltre del supporto, molto influente in quel mondo, della vedova di Charlie Kirk e del movimento Turning Point.
Il problema di Vance sarà rimanere fedele a Trump ma progressivamente distanziarsene, evidenziando i propri autonomi punti di forza: età, cultura, autodisciplina, religiosità esibita ma non posticcia, al contrario di quella del suo attuale capo.
Rubio: il conservatore che media e costruisce
Il secondo rappresenta invece la componente più strutturata del conservatorismo classico repubblicano. Così si contrappose a Trump, senza successo, nelle primarie del 2016. Oggi è parte di America First, ma dopo un avvio guardingo negli ultimi mesi è emerso con autorevolezza, segnando alcuni punti a suo favore e distinguendosi per la capacità con la quale, da un lato — utile sul fronte interno — ha saputo defilarsi dalle punte più esasperate dei MAGA e, dall’altro — preziosa su quello esterno — ha gestito politicamente e diplomaticamente le “sparate” del Presidente.
Sa arrotondare le punte, mantenendo la linea, disponibile a mediarla senza abbandonarla. Il suo intervento alla recente Conferenza di Monaco è stato esemplare. Al punto che molti europei, inclusi esponenti della destra, senza dirlo esplicitamente, si augurano sia lui il successore di Trump nell’ipotesi di un nuovo insuccesso democratico.
America Latina, Venezuela e la sfida cubana
Rubio è anche l’architetto dell’operazione Venezuela. La defenestrazione di Maduro e la scelta di non eliminare l’intero gruppo dirigente di Caracas, cercando invece un’intesa col regime, portano la sua firma. E, almeno per ora, sembrano funzionare.
Per ragioni familiari e politiche è profondamente interessato al Centro e Sud America, e la declinazione della storica Dottrina Monroe nel nuovo “Protocollo Donroe” va nella direzione a lui cara. Ma più di ogni altra cosa vuole liberare Cuba dalla dittatura castrista. Conseguire un cambio di regime a L’Avana senza spargimento di sangue, strangolandone l’economia, sarebbe un risultato straordinario dal suo punto di vista. Ed è su questo che si sta applicando.
Se a tutto ciò si aggiunge la prudente gestione dei rapporti con i conservatori classici, si può sostenere che la partita nel campo repubblicano è aperta, che è già cominciata a un solo anno dall’insediamento di Trump e che da essa Rubio non è affatto fuori. Anzi.
