Roma, 9 apr. (askanews) – Dal 12 al 23 maggio la Croisette torna a essere il centro del mondo. La 79ª edizione del Festival di Cannes si annuncia come una grande abbuffata di cinema globale, ricca di nomi, storie e geografie lontane. Ma dentro questa mappa sempre più ampia e inclusiva manca clamorosamente l’Italia. Un’assenza che pesa, che fa rumore, che riporta indietro le lancette fino al 2016, ultima volta senza tricolore nel programma ufficiale.
La presentazione guidata dalla presidente Iris Knobloch e dal delegato generale Thierry Frémaux ha messo in chiaro i pilastri dell’edizione: libertà artistica e libertà di espressione. Ma è proprio nella libertà della selezione che emerge una geografia sorprendente. C’è il Costa Rica per la prima volta, ci sono Nepal, Kenya, Somalia e Libano. C’è molta Asia, segno di un cinema in piena espansione. E c’è pochissima Europa mediterranea. L’Italia, semplicemente, non c’è.
Frémaux prova a stemperare, quasi a consolare: ricorda la vitalità della nuova generazione, cita Paolo Sorrentino, Valeria Golino e i produttori emergenti come Nicola Giuliano. Poi l’ironia, persino calcistica, come a cercare complicità: anche la Francia ha saltato Mondiali prima di tornare a vincere. Ma il dato resta. Cannes 2026 parla tutte le lingue del cinema contemporaneo, tranne quella italiana.
Eppure il programma è ricchissimo. In concorso, ventuno titoli, con il ritorno di maestri e autori tra i più attesi. Su tutti Pedro Almodóvar, che presenta “Amarga Navidad”, racconto intimo e doloroso di una separazione durante le feste. Accanto a lui, il cinema rigoroso e politico di Asghar Farhadi con “Histoires parallèles”, e quello contemplativo di Hirokazu Kore-eda. C’è anche Ryusuke Hamaguchi, ormai presenza stabile nei grandi festival, e il talento europeo emergente di Lukas Dhont, in gara con “Coward”, ambientato nelle trincee della Prima guerra mondiale.
Tra i titoli più attesi anche “Fatherland” di Pawel Pawlikowski, racconto del ritorno di Thomas Mann nella Germania del dopoguerra, e “Fjord” del veterano Cristian Mungiu, al suo primo film in lingua inglese. Il cinema europeo si muove tra memoria storica e tensioni contemporanee, mentre quello asiatico continua a offrire nuove prospettive narrative.
Fuori concorso arriva l’estetica visionaria di Nicolas Winding Refn, mentre Hollywood resta ai margini, lontana dai grandi studios ma presente con incursioni autoriali: Steven Soderbergh con un documentario su John Lennon e Ron Howard con un lavoro dedicato a Richard Avedon.
Le star però non mancano. Il cinema francese domina la scena con una vera e propria parata: Marion Cotillard è presente con due film, così come Catherine Deneuve, simbolo vivente di una tradizione che continua a rinnovarsi. Accanto a loro, nomi come Vincent Cassel e Léa Seydoux.
Tra gli eventi speciali spicca la Palma d’oro alla carriera per Barbra Streisand, icona assoluta dello spettacolo, mentre John Travolta porta il suo debutto alla regia con un film personale, ispirato alla sua passione per il volo. Un’opera breve, quasi intima, che racconta un’altra dimensione dell’attore americano.
Il festival si aprirà con “La Vénus électrique” di Pierre Salvadori, ambientato nella Parigi del 1928, mentre la giuria sarà presieduta dal regista sudcoreano Park Chan-wook. Cinque le registe in concorso, circa un quarto del totale: un dato ancora limitato, ma in crescita.
E poi c’è il grande paradosso italiano. Un Paese celebrato indirettamente, omaggiato attraverso riferimenti e influenze – da Federico Fellini in poi – ma assente nei fatti. Senza Nanni Moretti, senza Alba Rohrwacher, senza nuovi titoli a rappresentare una cinematografia che pure continua a produrre.
Cannes resta una vetrina globale, sempre più aperta e plurale. Ma proprio in questa apertura si consuma l’esclusione più dolorosa. L’Italia, questa volta, resta fuori dalla festa. E osserva da lontano una tavola apparecchiata per tutti, tranne che per lei.
