La dottrina Donroe
L’aggressione militare ordinata da Donald Trump contro il Venezuela, analizzata da Francesco Bascone sula “Rivista il Mulino”, va oltre il consueto schema dell’intervento straniero: non è solo un’operazione di regime change, né una mera interferenza negli affari interni di Caracas. È, piuttosto, la manifestazione di un progetto egemonico più ampio, caratterizzato da una logica di potere che calpesta il diritto internazionale e rifugge da una bussola strategica coerente.
Bascone osserva come Trump abbia narrato l’azione non come una giustificazione né come una spiegazione razionale, ma come una proclamazione di capacità militare totale, esaltata nella conferenza stampa del 3 gennaio. Una mossa che richiama, nelle intenzioni, lo spirito della dottrina Monroe — qui ribattezzata ironicamente Donroe doctrine — ma senza il rigore strategico che accompagnò la versione ottocentesca.
Interessi reali o vanità personale?
Se apparentemente l’intervento mira al controllo delle risorse petrolifere venezuelane, Bascone sottolinea che tale motivazione è paradossale: gli Stati Uniti sono esportatori netti di energia e non hanno bisogno materiale di quelle risorse. Piuttosto, il desiderio di impadronirsi del petrolio riflette una combinazione di interessi geopolitici e di politica interna, inclusa la prospettiva di contributi elettorali da parte delle compagnie energetiche.
L’articolo evidenzia come il blitz sia più probabile espressione di una hybris politica, una sorta di orgoglio di potenza personale, che soddisfa l’idea di una leadership forte e determinata: il presidente si paragona ai predecessori, affermando di essere in grado di usare l’apparato militare con una determinazione senza precedenti.
Verso un ordine mondiale a “sfera di influenza”?
Questa azione invia segnali forti non solo all’America Latina — da Colombia, Cuba e Messico, fino al Brasile — ma anche alle grandi potenze nucleari come Russia e Cina. Bascone osserva come ogni grande potenza eserciti il proprio dominio nelle rispettive aree d’influenza, senza che il resto del mondo possa facilmente contraddirla. In questo quadro, la difesa di sponde come l’Ucraina o Taiwan rischia di essere poco credibile se non supportata da un progetto strategico unitario alle spalle.
Nei confronti di Pechino, ad esempio, le minacce statunitensi per contrastare l’influenza cinese sono in palese contraddizione con la politica di deterrenza e contenimento portata avanti anche dai predecessori di Trump. Bascone pone un interrogativo cruciale: prevale il paradigma delle sfere di influenza, regolato dal diritto del più forte, o quello del contenimento cooperativo?
Un impero senza visione strategica
L’articolo, nel suo giudizio complessivo, descrive quindi un’aggressione che non è guidata da una strategia chiara, ma piuttosto da un miscuglio di interessi di potere, economici e personali. Secondo Bascone, l’operazione in Venezuela rischia di assumere i contorni di un imperialismo del XXI secolo che non ha né una bussola normativa né una direzione strategica coerente con il diritto internazionale.
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