Elezioni europee, un redde rationem anche per i Popolari.

Per il dopo voto europeo va riscoperta una delle lezioni di Aldo Moro, quella indicante il valore della lungimiranza politica. Altrimenti nessun nuovo scenario potrà risultare favorevole.

L’importantissimo passaggio elettorale, europeo e amministrativo, che si chiude questa sera, certifica anche quali siano le effettive forze in campo, capaci di fare eleggere propri rappresentanti nelle istituzioni.

Non si deve mai piangere sul latte versato ma bisogna guardare avanti. Tuttavia, una qualche lezione l’area popolare, che è rimasta frammentata tale e quale lo era prima delle ultime politiche e sostanzialmente come lo è stata sempre da quando è stato introdotto il maggioritario, credo la debba pur trarre.

Alla prova dei fatti si è visto che la tanto giustamente deprecata personalizzazione della politica ha pregiudicato anche l’esito dei vari, pur lodevoli, tentativi di ricomposizione della suddetta area, impedendo a iniziative con il medesimo programma, la stessa e identica linea politica, i medesi valori e la stessa cultura politica di riferimento, di scavalcare i recinti di chiusi orizzonti individuali. Il non aver saputo unire le forze, la frammentazione, ha implicato oltreché la permanenza dell’insignificanza politica anche l’impossibilità di acquisire una massa critica tale da poter ricreare in modo significativo, tangibile e capillare sui territori quelle infrastrutture della partecipazione che hanno permesso alle generazioni precedenti di formarsi politicamente e che sono essenziali per un progetto politico autenticamente di popolo.

Così, a chi non si è messo in gioco, gettando con generosità il cuore oltre l’ostacolo, contribuendo a costruire una strategia per i tempi nuovi che già sono giunti, non resta che osservare gli altri, i protagonisti della politica, cercando di inserirsi nelle dinamiche del dopo voto europeo, che di certo non saranno senza conseguenze anche sulla politica italiana.

Ognuno lo deve fare nel partito che considera meno distante dagli ideali del Popolarismo, e senza l’illusione che i limiti che si sono manifestati sinora di colpo possano scomparire nella nuova fase politica che sta per aprirsi dopo il voto europeo. Limiti destinati a durare, a meno che non si sappia recuperare una delle lezioni di Aldo Moro, quella della lungimiranza politica. Solo se si sarà capaci come area politica, pur divisa e dai numeri esigui, di vedere all’orizzonte le cose che altri faticano ancora a scorgere, si potrà ambire a esercitare il ruolo di una minoranza significativa negli equilibri politici del Paese. Una iniziativa politica con un occhio alle trasformazioni economiche e sociali da governare secondo criteri di equità, e con l’altro occhio alla necessità di una Europa più unita, capace di una forte iniziativa di pace, che porti alla fine della guerra in Europa e a un ordine internazionale più adeguato alla realtà di questo secolo.

Da qui la necessità di un impegno per nuove politiche incisive e equilibrate, senza omissioni e senza fughe nell’assurdo deformante delle semplificazioni ideologiche, politiche capaci di affrontare le nuove sfide del progresso scientifico e tecnologico con l’anima e la mente immersi nell’umanesimo.

Tutto questo naturalmente ha a che fare anche con la questione del centro. La quale, in un tempo in cui in Europa vengono meno molte certezze del passato, riguarda tutte le forze che nei fatti la sapranno interpretare meglio. 

E sono convinto che la patente di forza di centro la debbano guadagnare sul campo anche i Popolari. Non è sufficiente esibire una storia e un’identità politica affidabile come la nostra, occorre saperla declinare e mettere al servizio del presente e del futuro, assumendosi dei rischi e delle responsabilità. In tal modo si potranno aprire nuovi canali di comunicazione e di partecipazione fra rappresentanti e rappresentati, la classe media, il popolo. La ragione sociale del popolarismo, principale antidoto al riemergere di un notabilato che con il maggioritario, la demolizione dei partiti e le “elezioni dirette”, ha fortemente indebolito il ruolo politico dei ceti popolari.