Il mondo sta esplodendo e l’Europa sta ancora cercando di capire quale posto occupare nel nuovo scenario internazionale, posto che la follia guerresca che si è impadronita del pianeta (ah, quanto preveggente e ammonitore era stato Papa Francesco già 12 anni fa…) approdi a qualcosa di simile a un rinnovato assetto geopolitico planetario.
Un continente in cerca di ruolo
Al momento, secondo copione, gli europei formalmente agiscono in comune dietro la sigla della Commissione ma concretamente si muovono in ordine sparso. Anche con buone intenzioni, per carità. Ma come ognuno sa è difficile esprimere forza (tanto meno potenza) senza unità operativa, ammesso che vi sia quella di intenti.
Ovviamente tutto ciò appare chiaro agli occhi dei competitor, dagli USA che tendono a rinnegare un’alleanza ultradecennale, alla Russia che vorrebbe riconquistare territorio già sovietico ma oggi europeo, alla Cina che vuole imporre la sua legge commerciale e utilizza dumping industriale anche nel Vecchio Continente. Per non parlare di un intero continente, quello africano, o per lo meno della sua parte centro-settentrionale, che dell’Europa avrebbe enorme bisogno ma che invece, a fronte di iniziative frammentate e comunque prive della forza finanziaria realmente necessaria, oscilla tra parziale fiducia in queste ultime e sospettose perplessità generate dalla eco di non lontane prepotenze coloniali, magari senza avvertire il rischio di subire nuove sottomissioni operate da Mosca o da Pechino.
Le divisioni tra i leader europei
Del resto, che pensare dinnanzi all’impeto nucleare di Macron e a quello pacifista di Sanchez? Del sempre più imbarazzato filo-trumpismo di Meloni? Dell’indeciso atteggiamento di Merz, durissimo a Monaco e poi accomandante a Washington? Dell’orgogliosa reazione di Starmer agli eccessi dell’arrogante inquilino della Casa Bianca col quale vorrebbe però mantenere la special relationship? (Londra è fuori dalla UE ma dentro, oggi più che mai, all’Europa).
In questo quadro emerge in piena evidenza la grave debolezza attuale della Commissione Europea, e in particolare della sua Presidente. Non è una questione di profilo personale. Certo, anche quello conta. Ad esempio, l’Alto Rappresentante per la Politica Estera, Kaja Kallas, sconta la sua provenienza nazionale (la piccola Estonia) ma ancor più un proprio livello politico non particolarmente elevato né tantomeno carismatico. Ursula Von der Leyen, già accentratrice di suo, l’ha così quasi sostanzialmente esautorata, assumendosi in prima persona le redini delle relazioni internazionali dell’Unione ma, così facendo, indebolendo la seconda o terza funzione più importante della Commissione.
La debolezza della Commissione
Ma a sua volta la Presidente non ha dimostrato di possedere né carisma né particolari abilità politiche. Schiacciata da un lato sul tentativo di non irritare il bullo di Washington e dall’altro sul proprio partito nazionale, la CDU, che in questa fase deve cercare di coprire quanto più possibile l’area conservatrice tedesca per impedire quello sfondamento a destra da parte di Alternative fur Deutschland che oggettivamente sarebbe disastroso sia per la Germania sia per l’Unione.
Von der Leyen paga il proprio tatticismo, col quale è riuscita a imporsi per un secondo mandato a Palazzo Berlaymont che però fin dall’inizio, frutto di compromessi e tatticismi, si è dimostrato privo di spinta e votato al ribasso. E così non ha potuto – né peraltro forse avrebbe saputo – imbastire un confronto con Trump all’insegna della dignità europea: subendo i dazi imposti dal resort di un campo da golf scozzese; subendo una specie di “fatwa” ad personam contro l’ex commissario Thierry Breton, reo di aver regolamentato in Europa il “far west digitale” dei big tech statunitensi; rinunciando alla risoluta condanna dell’avventuroso attacco israelo-americano all’Iran, che all’Europa rischia di costare molto caro (e anzi in un qualche modo sostenendolo: “l’Europa non può essere la guardiana del vecchio ordine mondiale, un mondo che non c’è più e che non tornerà”, ha detto).
Il vero spartiacque politico
Eppure, sappiamo che non c’è alternativa – se non la decadenza di ogni singola nazione europea – all’unità fra i nostri popoli. Forse non c’è bisogno di divenire – come ci chiede Walter Veltroni – “estremisti dell’integrazione europea”, ma determinati suoi sostenitori, quello sì. All’insegna almeno di quel “federalismo pragmatico” di cui ha parlato Mario Draghi.
Sempre più, in questi tempi così gravi, diviene questo il vero spartiacque della politica. Anche della politica interna. Oltre le tifoserie.
