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lunedì, 16 Febbraio, 2026
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Fanfani, anticapitalismo come “ritorno al passato”? Chiose a Luigino Bruni

Dal corporativismo fascista all’economia mista di stampo democristiana non c’è una continuità, ma un vero e proprio superamento che merita di essere ricostruito con grande attenzione.

Il punto di partenza: Bruni

Nel pezzo “La critica di Fanfani al capitalismo e la tentazione del ritorno al passato”, uscito su Avvenire il 15 febbraio 2026, Luigino Bruni rilegge il giovane Amintore Fanfani: la critica del capitalismo come fenomeno anche morale, la nostalgia per un ordine comunitario, l’interesse iniziale per il corporativismo come correttivo agli eccessi del mercato. L’economista sociale ne ricostruisce così il retroterra culturale e le ambivalenze, mettendo in guardia dalla tentazione di risolvere il presente con un ritorno idealizzato al passato.

Il nodo che resta in ombra

Il punto delicato è il “dopo”: come si passa dalle categorie del corporativismo degli anni Trenta alle politiche di intervento pubblico nel nuovo quadro istituzionale e politico della Repubblica. Nel pezzo, questo snodo è più suggerito che argomentato: la continuità viene evocata, ma la transizione resta sullo sfondo. Non è un giudizio su Fanfani; è la necessità di mettere a fuoco come le sue categorie si trasformino quando entrano nella democrazia repubblicana. Eppure la distinzione è decisiva: un modello verticale di composizione degli interessi deve misurarsi con istituzioni democratiche e vincoli costituzionali.

Democrazia Cristiana e quadro repubblicano

Qui sta il passaggio decisivo. Dopo il 1945 Fanfani rielabora alcune intuizioni (limiti al mercato, funzione sociale dell’economia, corpi intermedi) dentro un contesto nuovo: democrazia parlamentare, economia mista, negoziazione sociale. Un esempio chiarisce: nel corporativismo la composizione tra impresa e lavoro è decisa dall’alto; nella Repubblica, invece, l’intervento pubblico passa per Parlamento e contrattazione, dunque per decisioni esposte al conflitto regolato e a possibili correzioni. In questo quadro pesa anche la dialettica – e infine l’incontro –  tra “prima” e “seconda” generazione della Democrazia Cristiana.

È emblematico il 1954, quando Fanfani arriva alla segreteria Dc in un passaggio maturato nella stagione di Alcide De Gasperi: segno che quella spinta doveva essere “trattata” e resa compatibile con l’ordinamento costituzionale e democratico.

Non basta dire continuità

Occorre distinguere tra continuità di sensibilità (cercare forme di regolazione del mercato, correggere gli squilibri) e continuità di forme (corporativismo).

La vera domanda non è se Fanfani resti “coerente”, ma come traduca un’esigenza di giustizia economica quando l’assetto diventa democratico: non più costruzioni organiche e chiuse, bensì politiche pubbliche esposte al confronto politico, tra consenso, mediazioni e controlli.

Senza questo passaggio, la storia appare una genealogia semplice; con esso, diventa una trasformazione: idee nate in un’epoca cambiano natura quando entrano in democrazia.