La favola del “raptus”
Il femminicidio di Anguillara Sabazia – Federica Torzullo, 41 anni – smonta la favola del “raptus”.
La violenza non nasce all’improvviso: si infiltra come l’acqua nei muri, impercettibile, poi deflagrante. È fatta di controllo, svalutazione, isolamento. Quando la relazione smette di essere reciprocità e diventa proprietà, l’esito estremo è già inscritto nel processo.
Maschilità fragile e idolatria del possesso
Richiamare il patriarcato è necessario, ma non basta. Nelle società occidentali quel modello è entrato in crisi: ruoli rinegoziati, autonomia femminile, intimità come scelta.
Proprio le transizioni – separazioni, affidamenti, ridefinizione dei confini – mettono a nudo una maschilità fragile che vive la libertà dell’altra come esproprio e il conflitto come perdita di status. È l’idolo del possesso, in cui l’altra non è una persona ma un prolungamento dell’io.
Il sottosuolo sociale
Nel sottosuolo sociale si sgretola il cemento dei legami: la solitudine scava, l’educazione emotiva si assottiglia, la rabbia diventa abitudine.
Ansia e depressione, precarietà e frustrazione non “spiegano” il delitto, ma alzano il volume del risentimento. E una comunicazione mediatica satura di umiliazione e sopraffazione offre repertori simbolici immediati per chi non ha mediazioni educative solide.
La prevenzione come ossatura civile
I dati da tempo dicono che il rischio abita il perimetro affettivo: la violenza colpisce soprattutto dentro relazioni di coppia e familiari. Ma la prevenzione non può fermarsi al conteggio.
Deve diventare ossatura civile: educazione affettiva, servizi integrati, spazi di parola per uomini e ragazzi, responsabilità condivisa di scuola, comunità, media. Finché consideriamo la coppia un affare privato, la logica del dominio trova casa.
Un referto che chiama responsabilità
L’intimità è un luogo pubblico senza piazza: qui si misura la qualità della civiltà. Non basta l’indignazione rituale dopo l’ennesimo funerale: servono dispositivi territoriali stabili di ascolto, protezione e responsabilizzazione, e una tutela concreta capace di intervenire prima.
È lì che si gioca la posta antropologica: riconoscere l’altro come irriducibile, custodirne la libertà. Perché una società che non educa al limite – al “no” dell’altra, alla separazione, alla perdita – prepara la morte senza chiamarla per nome.
Cultura del possesso o cultura della libertà
C’è un punto che non possiamo più eludere: la violenza non è soltanto un gesto individuale. È anche un prodotto sociale.
Quando un uomo arriva a pensare che l’uscita di una donna da una relazione sia un affronto insopportabile, significa che per anni ha respirato – in mille modi, spesso invisibili – l’idea che l’amore autorizzi, che il legame dia diritto, che la frustrazione possa trasformarsi in punizione.
Anguillara, allora, non è solo cronaca: è un referto sociale. E questo referto ci costringe a scegliere: una cultura che addestra al possesso o una cultura che educa alla libertà. Perché il vero antidoto non è l’ennesima indignazione a scadenza, ma una conversione pubblica dello sguardo: imparare, finalmente, che nessuno appartiene a nessuno.
