A ottocento anni dalla morte di san Francesco d’Assisi, la Chiesa indice per il 2026 uno speciale Anno Giubilare che non si limita a custodire una memoria, ma espone il presente a una domanda radicale. Dopo il Giubileo della Speranza, questo tempo francescano appare come una verifica silenziosa e inesorabile: la speranza annunciata ha preso corpo nella vita, oppure si è arrestata al livello del linguaggio?
Francesco non fu mai una figura pacificata.
In un Medioevo attraversato da guerre, diseguaglianze e religiosità ambigue, egli scelse la nudità evangelica come gesto di rottura. Non costruì un sistema spirituale, né offrì una sintesi dottrinale rassicurante: consegnò la propria esistenza al Vangelo senza difese. Per questo resta sorprendentemente contemporaneo: non perché si adatti al nostro tempo, ma perché lo giudica, rivelandone le illusioni e le paure.
Il Decreto della Penitenzieria Apostolica – pubblicato il 16 gennaio – che proclama l’Anno giubilare richiama il cuore della spiritualità francescana: la misericordia come atto creativo. Il Perdono d’Assisi rimane uno dei gesti più audaci della tradizione cristiana, una grazia sottratta a ogni logica di merito, di calcolo e di controllo. In Francesco, la misericordia non nasce da un generico sentimento di benevolenza, ma dalla convinzione radicale che Dio stesso ha rinunciato a ogni forma di potere per farsi prossimo.
Il perdono, così inteso, non consola: disarma.
In un tempo che moltiplica i discorsi su pace, inclusione e sostenibilità, Francesco resta una misura scomoda. La sua povertà non è ideologia, ma spoliazione; la pace non è equilibrio, ma disarmo; la fraternità non è uno slogan, ma esposizione reale all’altro, fino a lasciarsi ferire, convertire e persino salvare dalla sua presenza. È una fraternità che non protegge, ma consegna.
Se l’Anno di San Francesco si ridurrà a celebrazione devota, avrà mancato il suo scopo. Se invece saprà trasformare la speranza in responsabilità, mettendo in crisi il nostro rapporto con potere, possesso e perdono, allora non sarà un anniversario, ma un evento spirituale. Otto secoli dopo, Francesco continua a fare ciò che ha sempre fatto: non offrire consolazioni, ma aprire uno spazio in cui Dio possa ancora passare.
