Giada “a metà”: il corpo come diritto non firmato
Giada non si sedeva mai del tutto. In comunità, a Roma, stava “a metà”: a metà sedia, a metà frase, a metà respiro, come se sedersi significasse concedere al corpo un diritto che lei non voleva firmare. A tavola era educata, ma in assetto di guerra: il piatto come mappa, ogni boccone come confine. Tagliava, riallineava, blindava. E al “Dai, mangia” non reagiva: si spegneva. Come a dire: non mi vedete.
I numeri contano, ma non bastano
I numeri servono, ma rischiano di anestetizzare. Ne tengo uno: nel 2022 i nuovi casi intercettati dai flussi informativi superano 1,4 milioni. La parola decisiva è precocità: il disturbo scende d’età, entra quando l’identità è ancora in cantiere. E se riduciamo tutto a contabilità, perdiamo l’essenziale: anoressia e bulimia non sono solo patologie del cibo; sono ferite del legame e dello sguardo.
Non è il cibo: è lo sguardo
In molte biografie il corpo diventa l’unico documento credibile. Se non riesci a dire “sto male” con parole riconosciute, lo dici con la carne. In una cultura che pretende prestazione e coerenza, la fisicità diventa terreno “gestibile”: numeri, centimetri, regole. Per Giada non era “voglio essere magra”, ma “voglio smettere di essere pesante”.
Anoressia: la promessa di anestesia che costruisce un carcere
Nell’anoressia si affaccia spesso una promessa di anestesia: svuotare il corpo per insonorizzare la sofferenza. È un inganno: si presenta come controllo e costruisce un carcere; il silenzio sognato diventa un’eco, l’angoscia rimbomba. Giada parlava di “rumore nella testa” e di notti a camminare avanti e indietro: non immobilità, ma fuga dal sentire.
Bulimia: la stessa ferita in un’altra lingua
La bulimia è un’altra lingua dello stesso dolore: tensione, abbuffata, compensazione, vergogna e poi di nuovo tensione.
Vergogna: la società che ti abita anche quando nessuno guarda
La vergogna è uno sguardo interiorizzato: è la società che ti abita anche quando nessuno guarda.
Confronto infinito e algoritmo dell’estremo
Oggi il confronto è infinito: “prima e dopo”, diete, routine. L’algoritmo premia l’estremo e lo spettacolare, trasformando l’immagine di sé in progetto da ottimizzare; per qualcuno la rete diventa conferma, un’estetica del sintomo che lo stabilizza.
La famiglia non è imputata: può diventare alleata
La famiglia non è imputata, ma può essere alleata. Occorre una presenza adulta capace di stare senza invadere e senza trasformare il pasto in processo. Prevenire non è una postilla: è una responsabilità.
“Se ricomincio a sentire…”: la frase che smaschera il punto
Giada, un giorno, ha appoggiato la forchetta: “Se ricomincio a sentire, poi mi rompe il dolore”. Questa frase vale più di mille grafici: dietro questi disturbi c’è spesso un tentativo disperato di regolare il dolore quando nessuno ti ha insegnato come si fa.
Un patto pubblico, non sentimentale
Possiamo scegliere una cosa essenziale e scomoda: non abituarci. Non ridurre tutto al peso, non lasciare soli né i ragazzi né i genitori. La risposta non può essere solo clinica e non può essere solo privata: serve un patto pubblico, non sentimentale, tra scuola, famiglie, servizi, associazioni, territorio.
Non “forza”, ma riconoscimento: una comunità che regge
Non “forza”, ma riconoscimento: una comunità che regge.
Una comunità che non misura la vita solo in calorie o in prestazioni, ma in possibilità di parola.
Che sa restare accanto senza assediare, e che trasforma la cura in legame condiviso.
Perché si guarisce anche così: quando qualcuno, finalmente, ti vede davvero.
