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domenica, 11 Gennaio, 2026
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Gli Stati Uniti perdono consenso nel mondo. Altro che America First

Nazionalismo, logica del business e posture aggressive stanno erodendo il soft power americano e incrinando rapporti storici. A un anno dall’insediamento, la leadership globale di Washington appare più fragile.

Con il suo modo di interpretare le relazioni fra gli Stati, in particolare con quelli che sono stati (e in teoria sono tuttora) fedeli alleati di Washington, Donald Trump ha nel breve volgere di un anno incrinato amicizie solide e necessarie per garantire al suo paese quella leadership globale che ha detenuto nel corso del XX secolo e sin qui.

Non solo. Con iniziative quali il ritiro degli aiuti umanitari che dai tempi di Kennedy gli USA offrivano a nazioni povere del continente africano e di quello asiatico, è riuscito anche a indebolire quel soft power che ha negli anni passati senz’altro favorito i rapporti politici e commerciali americani nel mondo.

Il logoramento del soft power americano

E infine, con le reiterate pretese territoriali su Groenlandia e Canada, così come con il ridicolo—eppure, alla luce di ciò che sta avvenendo, quanto mai indicativo delle intenzioni dell’amministrazione—cambiamento del nome del Golfo del Messico in Golfo d’America, e ora addirittura con l’operazione speciale (chiamiamola così…) condotta a Caracas, ha fornito agli avversari degli Stati Uniti il pretesto per denunciarne le mire espansioniste: una nuova forma di “imperialismo”, termine degli anni Sessanta e Settanta che sembrava definitivamente archiviato.

Decisioni e azioni non più dettate da nobili richiami all’affermazione della democrazia nei paesi interessati—per quanto talvolta espressi in modo strumentale—ma, al contrario, volute secondo una brutale logica impositiva priva di qualsiasi motivazione che non sia quella del business, il vocabolo preferito dall’attuale presidente, forse l’unico che per lui conta davvero.

America First: isolamento mascherato da forza

Tutto questo—e altro ancora—all’insegna del motto “America First”. Ovvero di un nazionalismo esasperato che immagina insuperabile e immodificabile il predominio statunitense sul pianeta, senza però rendersi conto che nel nuovo secolo il mondo sta rapidamente cambiando.

Alcuni osservatori e molti analisti geopolitici sostengono che, con i suoi interventi già attuati o solo minacciati, Washington si stia allontanando—con disappunto della galassia MAGA—dall’essenza isolazionista dello slogan America First. In realtà non è così. Quello slogan pone gli Stati Uniti davanti a tutto e a tutti: non esistono alleati, ma solo singole nazioni con le quali fare affari secondo regole dettate unilateralmente dagli USA. E poi esistono le grandi potenze, reali o presunte, con le quali trovare un difficile equilibrio di convivenza.

Tra dazi, Cina e nuove alleanze globali

Questo modus operandi non riesce però a comprendere che la forza americana non risiede solo nella superiorità militare, ma anche nel ruolo di garante della sicurezza dei propri alleati—soprattutto in Europa e in Asia—e in quello di perno del sistema commerciale globale.

Un atteggiamento miope, mascherato da roboanti affermazioni di potenza, presto smentite dai fatti: lo dimostra l’altalena dei dazi e la loro gestione nei confronti della Cina, dove alla fase impositiva è seguita una rapida marcia indietro di fronte alle contromisure di Pechino, con il rischio di far apparire gli Stati Uniti come una “tigre di carta” davanti al Dragone.

Nel frattempo, le contraddizioni interne ai nuovi formati geopolitici—dai BRICS+ alla SCO—vengono attenuate proprio dalla postura aggressiva e arrogante della nuova amministrazione statunitense. A un anno dall’insediamento, l’influenza americana nel Sud Globale diminuisce, mentre anche gli alleati storici occidentali iniziano a interrogarsi su come ridurre la propria dipendenza dalla rete militare, tecnologica e commerciale statunitense.

Come ha scritto Gideon Rachman sul “Financial Times”, l’uso controverso della forza dimostra che gli Stati Uniti conservano un enorme hard power. Ma il rischio è che, erodendo il soft power, si riduca in modo significativo il potere effettivo che i futuri presidenti americani potranno esercitare nel mondo.