Nell’ultimo numero di Sfide (n. 17), rivista culturale e politica della Fondazione Bettino Craxi, Flavio Felice affronta uno dei nodi più delicati della tradizione occidentale: la categoria di guerra giusta. Sfide – che si definisce significativamente “non c’è futuro senza memoria” – è uno spazio di confronto che intreccia storia, politica e cultura, e nel quale la riflessione sul presente si misura costantemente con le grandi tradizioni del pensiero europeo. In questo contesto si colloca il contributo di Felice, che non propone una giustificazione del conflitto, ma una sua rigorosa problematizzazione.
L’autore muove da una constatazione netta: la guerra accompagna la storia dell’umanità, ma resta sempre una sconfitta della politica e della ragione. La dottrina della guerra giusta, nata nella tradizione cristiana, non aveva lo scopo di legittimare la violenza, bensì di porle limiti stringenti, sottraendola all’arbitrio del potere e subordinandola a criteri morali e politici severi.
Agostino e la tranquillitas ordinis
Il riferimento centrale è Sant’Agostino. La pace, nella sua celebre definizione, è tranquillitas ordinis: non assenza di conflitto, ma ordine giusto, dinamico, fondato sulla concordia. Anche la difesa legittima, quando necessaria, non diventa mai un valore in sé. La guerra rimane una ferita dell’ordine e può essere tollerata solo in funzione del ristabilimento della pace, non come strumento di affermazione o di potenza.
La crisi della categoria nell’età contemporanea
Felice mostra come, nel mondo contemporaneo, la categoria classica di guerra giusta entri in crisi. La potenza distruttiva delle armi moderne, il coinvolgimento sistematico dei civili, la dimensione globale dei conflitti rendono sempre più fragile ogni pretesa di legittimazione morale della guerra. Da qui il passaggio decisivo: non perfezionare la guerra giusta, ma rendere la guerra sempre meno praticabile.
Diritto internazionale e responsabilità politica
In questa prospettiva il diritto internazionale assume un ruolo centrale. Non come apparato tecnico neutrale, ma come costruzione politica e morale orientata a “mettere fuori legge la guerra”, secondo l’intuizione di Luigi Sturzo. Anche il ripudio della guerra sancito dalla Costituzione italiana va letto in questa chiave: non come negazione della legittima difesa, ma come affermazione della priorità della cooperazione, delle istituzioni sovranazionali e della composizione giuridica dei conflitti.
Costruire una civiltà della pace
La pace, conclude Felice, non è un automatismo della storia né il semplice prodotto di equilibri di forza. È una virtù civile, che richiede istituzioni giuste, cultura politica e responsabilità. In questo senso, l’antico adagio viene rovesciato: non si vis pacem, para bellum, ma se vuoi la pace, costruisci istituzioni di pace. È questa la sfida teorica e politica che il saggio di Felice rilancia, con rigore, sulle pagine di Sfide.
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