Nei giorni scorsi i Democratici si sono riuniti a Minneapolis per una convention del Minnesota Democratic–Farmer–Labor Party (DFL), il braccio locale del Partito Democratico. In Italia si tende a descrivere il modello dei partiti americani come semplici macchine elettorali e di raccolta fondi, prive di una vita politica interna. In realtà, come mostra il dibattito di Minneapolis, i Democratici non si limitano a organizzare campagne e primarie: discutono di linee strategiche, di linguaggi e di identità culturali.
Il segretario Ken Martin, en Martin, presidente del DFL e dirigente di lungo corso all’interno dell’organizzazione democratica, è stato duramente criticato per una guida considerata incerta, incapace di mediare tra le anime moderate e quelle più radicali del partito. È un confronto che va ben oltre le regole interne: riguarda il modo in cui i Democratici vogliono presentarsi agli americani in vista delle prossime sfide elettorali.
Il nodo del “wokismo”
Il termine woke rimanda alla “consapevolezza” delle disuguaglianze sociali e razziali. Ma per molti moderati del partito, l’uso eccessivo di questo linguaggio rischia di isolarli dall’elettorato di riferimento. Il deputato Adam Smith ha denunciato l’uso di parole percepite come astratte o divisive.
Due esempi sono particolarmente discussi. “Latinx”, un termine neutro creato per includere tutti i latinoamericani, non ha mai attecchito realmente tra gli ispanici stessi, che preferiscono Latino o Latina. Ancora più controverso il concetto di “privilege”: con questa parola si indicano i vantaggi invisibili di cui godono gruppi sociali dominanti — come i bianchi rispetto agli afroamericani, gli uomini rispetto alle donne, gli eterosessuali rispetto agli LGBT+, o i benestanti rispetto ai poveri. Per i progressisti è uno strumento utile a svelare ingiustizie strutturali; per molti elettori comuni è un termine che suona accusatorio e che non parla ai problemi quotidiani di lavoro, salari e sicurezza.
Dall’altra parte, l’ala più progressista, guidata da figure come Alexandria Ocasio-Cortez, difende questi concetti come essenziali per costruire una società più giusta e inclusiva. Rinunciarvi significherebbe, secondo loro, abbandonare minoranze e giovani che costituiscono la linfa vitale del partito.
Una lezione anche per l’Italia
Il confronto di Minneapolis rivela che i Democratici non sono soltanto un ingranaggio elettorale: sono un partito che discute di linee politiche vere, capaci di influire sul profilo culturale e strategico della sinistra americana.
È un dibattito che interessa il Pd e il suo Campo largo. Alla Schlein dovrebbero fischiare le orecchie. In effetti, la sinistra s’interroga a cicli alterni su quanto insistere a riguardo di battaglie simbolico-valoriali, con taglio radicale, e quanto invece sia preferibile radicarsi nei bisogni concreti del Paese. La lezione americana è chiara: senza un equilibrio tra identità e pragmatismo, tra difesa dei diritti e attenzione alla vita quotidiana delle famiglie, il rischio è di restare minoranza culturale prima ancora che politica.